Parigi o cara, le donne di una capitale

Parigi e le donne: un binomio banale? Ma le donne che hanno illuminato Parigi non sono state banali. Splendide, irregolari, eccessive, geniali, dissipatrici, bellissime, disperate. Banali mai. Grandi amanti e grandi scrittrici, pittrici e musiciste, attrici e stiliste, cantanti e danzatrici. E perfino imperatrici. Destini fuori del comune come fuori del comune è la città divenuta palcoscenico della loro avventura umana. Una città anche troppo descritta, troppo vissuta, troppo amata, troppo celebrata. Mito della cultura occidentale, cuore dell’anima europea. La «festa mobile» dove ha ballato più di una generazione, ma anche la cartolina del turismo di massa. Città franca di tutte le avanguardie, di tutte le possibili esperienze artistiche, letterarie e di vita, Parigi sembra possedere, in fondo, un’anima femminile. Nel suo essere di tutti e di nessuno, seduttiva e sfuggente, avida e generosa, assomiglia alle merveilleuses napoleoniche come Thérèse Tallien, alle grandi etère come Marie Duplessis, Lina Cavalieri, Caroline Otero. Ed è anche l’unica, possibile, scintillante scena delle sovrane, da Giuseppina Beauhaurnais a Eugenia de Montijo, e delle eccentriche aristocratiche dell’Ottocento, da Virginia di Castiglione alla principessa risorgimentale Cristina Trivulzio. Ma nel Novecento Parigi non è più soltanto una grande capitale: diventa «una sensazione, uno stato d’animo, l’appuntamento dei nostri desideri. Una fatalità», come scrive Marco Innocenti nella prefazione del libro che ha scritto a quattro mani con Laura Levi Manfredini, Le stelle di Parigi (Mursia, pagg. 360, euro 17). Nel Novecento, Parigi diventa l’osservatorio privilegiato del mondo, il crocevia delle passioni intellettuali, l’incubatrice del genio e di ogni possibile sregolatezza. Di qui si deve assolutamente passare se non si vuole essere esclusi dall’empireo della storia. Lo è per gli uomini, lo è per le donne, le «stelle» di questo particolarissimo firmamento. Brillano le intellettuali: Louise de Vilmorin, Misia Sert, Sylvia Beach, Gertrude Stein, Colette, Françoise Sagan, Simone de Beauvoir. E le grandi interpreti, attrici o cantanti o danzatrici: Sarah Bernardt, Edith Piaf, Joséphine Baker, Juliette Gréco, Dalida, Brigitte Bardot. E le artiste: Camille Claudel, Suzanne Valadon, Tamara de Lempicka. E una quintessenza dell’anima parigina come l’inimitabile Coco Chanel. Non tutte sono parigine di nascita ma tutte appartengono a Parigi come Parigi appartiene a loro, perché Parigi è forse il solo luogo dove hanno potuto essere quello che sono state. A Marco Innocenti piace raccontare le donne. Lo fa da tempo, con raffinata capacità di rievocare ambienti e atmosfere. Ha raccontato Le signore del fascismo e le donne Belle da morire. In Fascino ha indagato nella seduzione. In questo ultimo libro ha rintracciato il legame fra l’anima di un luogo e quella della sue abitatrici, lasciando al lettore il dubbio se sia stata la città a costruire le sue donne o queste donne a costruire il mito della città. Forse entrambe le cose. Dopo avere brillato vividamente per una stagione sempre troppo breve, le incantevoli meteore di Parigi, quasi tutte, sono state inghiottite dal buio. Malattia, solitudine, povertà, disperazione sono state il contrappasso di bellezza, ricchezza, successo. Il cielo di Parigi è pieno di stelle spente.