PARISE Il talento vivo e le comete

Il 31 agosto del 1986 moriva Goffredo Parise. Ammalato da tempo, se n’andò un giorno di gran calura, come accade a qualche protagonista dei suoi Sillabari, racconti che si svolgono dentro paesaggi innevati, oppure in campagne arroventate e polverose, l’aria traversata dal canto delle cicale.
Nato l’8 dicembre 1929 a Vicenza, ebbe un’infanzia tormentata. Era, come lui stesso scrive nelle note biografiche, figlio di NN. La madre, Ida Wanda Bertoli, era figlia adottiva di Antonio Marchetti, proprietario di una fabbrica di biciclette marca Schwalbe. Da semplice artigiano, divenne in breve industriale di velocipedi, ma nel ’29 la ditta fallisce e la figlia mette alla luce un figlio illegittimo. Il piccolo Goffredo viene tuttavia allevato nel migliore dei modi, nonostante la povertà; il nonno, per sbarcare il lunario, riprende a fare il meccanico di biciclette nel sottoportico del palazzo. Silenzioso, attento e intuitivo, il bambino non perde di vista ciò che gli avviene attorno. I nonni e la madre lo proteggono forse sin troppo. Non gli consentono nemmeno di partecipare ai giochi dei coetanei, che osserva da un balcone del caseggiato. Ma è da questo isolamento che comincia a divenire scrittore, uno dei nostri maggiori.
Diceva che la sua opera era la trasfigurazione della sua vita. Procedevano insieme. Il ragazzo morto e le comete (appena ripubblicato da Adelphi a cura di Silvio Perrella, pagg. 177, euro 17), La grande vacanza, Il prete bello ne sono subito la conferma. Realizzò il primo non ancora ventenne, il secondo e il terzo poco dopo. Teatro di questi libri è Vicenza; una Vicenza surreale, notturna, comunque traversata dai bagliori della guerra o dai suoi ricordi, che l’autore narra in prima persona o attraverso i suoi eroi. Nel 2001 un giurato del premio Pasolini di cui mi sfugge il nome mi raccontò di Goffredo Parise. Saputo ch’era di Vicenza, fui io stesso a sollecitarlo. «Goffredo - mi disse - arrivava nel nostro gruppo sempre di notte. La guerra era finita da poco, e stare desti nel buio, senza l’incubo dei tedeschi che rastrellavano e uccidevano insieme ai fascisti, ci dava un senso libertà. Veniva e ci leggeva quanto andava scrivendo de Il ragazzo morto e le comete. Ci stupivamo di tanta forza e originalità. Sì, Goffredo era un autentico talento. Lo capì bene Neri Pozza, che in lui credette pubblicandogli il libro d’esordio».
Le atmosfere di quel romanzo sono magiche e funebri. Protagonista è un ragazzo di quindici anni che racconta i suoi ultimi mesi di vita. Edera, la ragazza di cui è innamorato, ha le ginocchia più morbide della seta ed emana un odore di stracciona vergine che lo eccita e lo avvilisce nello stesso tempo. I ragazzi non hanno solo paura dei tedeschi, ma anche degli americani che impiccano la gente col filo spinato. La vita è dura, e c’è chi vive di espedienti. L’anonimo ragazzo del racconto finirà coinvolto in un furto di gomme d’auto e fugge a Venezia sopra una macchina volante. In uno strano giardino di pietre tombali troverà la morte violenta, tra fiammate e colpi assordanti. Ma i morti, secondo Parise, non muoiono all’istante: continuano a vivere in virtù del residuo del corpo che si portano addosso, ossia la cosiddetta fase astrale, e il ragazzo morto viene visto dal suo miglior amico, Fiore. La storia continua con nuovi colpi di scena.
Tornando alla vita dello scrittore, sua madre si sposa con il giornalista Osvaldo Parise, il quale si avvede delle capacità del ragazzo e lo avvia al giornalismo facendolo collaborare con i quotidiani locali. Da giornalista, sa che per scrivere occorre mestiere, e non c’è apprendistato migliore del collaborare a un quotidiano. Ma il giovane Goffredo è irrequieto. Si stanca di tutto. I suoi profitti scolastici sono intermittenti. A lui interessa solo scrivere bene, ma deve farlo prima di annoiarsene. Forse è per evitare questa noia che dà gli esami di maturità classica un anno prima. Nel frattempo si è anche innamorato di una ragazza più grande di lui, un amore tormentato: lui adolescente, lei donna già fatta che, tuttavia, sa comprenderlo e incoraggiarlo nel suo lavoro d’artista.
Il patrigno è stato trasferito a Venezia e la famiglia lo segue. Goffredo continua la sua vita. Sta sempre da solo, legge, fuma sigarette e scrive. Frequenta l’università, peregrinando tra le facoltà di filosofia, medicina, matematica, ma senza approdare a niente. La fantasia lo porta altrove. I genitori sono preoccupati per il suo futuro. Neanche nelle redazioni dei giornali ha fortuna. Dall’Arena di Verona si licenzia quando scopre che il direttore scrive la sua firma in stampatello anziché con calligrafia propria. Ma, nel frattempo, il suo talento viene riconosciuto. Il ragazzo morto e le comete è stato tradotto in America su interessamento di Giuseppe Prezzolini, che vede in lui un nuovo, autentico scrittore. In breve avrà altri mallevadori: Carlo Emilio Gadda, Guido Piovene, Eugenio Montale, Alberto Moravia, Natalia Ginzburg.
La sua attività prosegue, fino a raggiungere il successo di pubblico con Il prete bello, un romanzo che ha delle affinità con le sue prime prove, ma che non è fantastico; è semmai una cronaca di vita di provincia. Protagonista è Don Gastone, un prete donnaiolo, innamorato di Fedora, una prostituta. Attorno a lui rotea una folla che ben tratteggia la realtà del quartiere; sullo sfondo, il nonno del narratore fa il meccanico di biciclette ed è ammalato di prostata. Poi arriverà in visita alla città Mussolini. Il ragazzo riesce ad accostarsi al predellino della sua auto nel momento in cui il Duce dice al podestà: «Si nutriva esclusivamente di frutta». Ma non degna d’attenzione la folla che lo applaude, intento com’è a parlare dei fatti propri.
L’assurdo, il grottesco, il cinismo dei potenti verso la gente, lo ritroveremo ne Il padrone, ritratto dell’Italia degli anni ’60 in pieno boom economico, e che costò a Parise l’amicizia con Leo Longanesi, che definì il suo autore di sinistra. In realtà Parise non aveva partiti. Riteneva la politica solo un mestiere. A questa convinzione resterà sempre fedele. Ma il vertice dello stile lo toccherà con i Sillabari, una serie di racconti abbinati alle lettere dell’alfabeto con la descrizione di un sentimento. Ancora una volta, si tratta di storie autobiografiche, ma rivisitate con l’estro del grande artista. Guerra, amore e morte, gli ingredienti delle trame. In quello intitolato «Sesso» troviamo il fulcro del suo romanzo uscito postumo, L’odore del sangue, con prefazione di Cesare Garboli, dove una donna matura s’innamora di un estremista di destra, e lo subisce tra attrazione e ripulsa.
Ho conosciuto Parise nel 1983, a Sirmione del Garda. Ne ero e ne rimango un ammiratore. Sapeva di me. Gliene aveva parlato Natalia Ginzburg. Già in dialisi, si crucciava di non poter girare il mondo. Avrebbe voluto andare in Africa a vedere gli animali, oppure tornare sui fronti di guerra, da cui era stato straordinario e coraggioso inviato. Mi disse che lo scrittore deve essere anarchico, altrimenti esaurisce gli spazi creativi per divenire o servo di un partito o sguattero di regime. Conversavamo a ruota libera, e d’un tratto il discorso finì sulla Chiesa: sosteneva che la sua missione a Roma era finita, doveva trasferirsi nelle terre della fame, delle guerre dimenticate, ossia nel Terzo mondo. Ma l’argomento che maggiormente lo turbava, era la brevità della vita e anche l’amore: non appaga mai e finisce col lasciare un senso di smarrimento. Avevo con me due suoi libri e gli chiesi la dedica. Me la fece. Una penna smise di scrivere, e rimediò con una dall’inchiostro rosso.
Rivedo i suoi occhi scuri e profondi, l’atteggiamento distratto e triste. Mi salutò dicendomi che il talento non basta. Ci vuole anche grinta, molta grinta, e in me ne vedeva poca. Dopo qualche settimana mi giunse una sua lettera: mi consigliava alcune letture di scrittori giapponesi, Paese dove aveva scoperto una grande eleganza. La stessa del suo stile, pensai.