Parola di ascaro, quando l’Africa gridava «Savoia!»

A Bologna una documentatissima rassegna illustra il rapporto fra l’Italia e le popolazioni «al di qua del Mareb» dal 1870 al 1941

Gli italiani cominciarono a litigare molto presto sull’Affrica, come per molto tempo si continuò a scrivere, giacché, come spiegò in Cose africane lo scrittore e letterato toscano Ferdinando Martini che fu governatore dell’Eritrea per dieci anni, Carducci avverte: «in prosa sempre con due effe; se no, francesismo». Litigarono e discussero per decenni perché l’argomento e le vicende che lo riguardavano erano complesse e intricate e infatti il libro di Martini si apre con un’avvertenza, datata 20 ottobre 1896, e destinata «al lettore benevolo» come «al lettore malevolo» il quale, «cerchi dunque e riveli le dubbiezze che mi tormentarono e mi tormentano tuttavia...». Non diverso il tono del volume di Vico Mantegazza, Gli Italiani in Africa (1896) che termina con parole sconsolate: «Con questi uomini, con queste idee, con questi metodi si vuol riparare al passato e fecondare l’avvenire...».
Oggi, di tutto ciò, delle lotte politiche che precedettero e accompagnarono la campagna d’Africa ben prima del Fascismo, delle continue polemiche parlamentari, del dubbio sull’opportunità di «andare» o «restare», del continuo invio di uomini eccellenti, mezzi, aiuti militari, in Italia non si ricorda quasi più nulla. Ma lo si ricorda in Africa, dove i nomi dei nostri soldati sono diventati modi di dire del dialetto locale, e perfino il grido «Savoia!», resta a significare un assalto. Il gesto solitario, logicamente insensato in quanto unico nella storia, della restituzione dell’obelisco di Axum, ha aggiunto ulteriore confusione...
Che cosa furono e che cosa fecero gli Italiani in Africa e in particolare in Eritrea, che cosa resta oggi, oltre alla memoria viva e reale di più di duecento ascari intervistati e conosciuti di persona, lo rivela una mostra curata da Ascanio Guerriero (Bologna, Fondazione Cassa di Risparmio, Casa Saraceni, Via Farini 15, fino al 18 novembre) che, dopo anni di studi e ricerche, consegna agli italiani un repertorio di cimeli e ricordi di cui andare fieri, come fieri furono gli africani di essere amici dell’Italia.
Gli eritrei accolsero gli italiani come «liberatori», spiegava ancora Mantegazza nel 1896, a causa dell’«odio sempre vivissimo contro i dominatori tigrini». Eppure, già allora, quando il generale Baldissera occupò l’Asmara, i «radicali, nella loro ignoranza parlarono di diritti conculcati, rappresentando i soldati nostri come oppressori». Alla mostra alcune immagini testimoniano quanto stretto sia stato, e di fiducia, il rapporto tra gli italiani e gli eritrei. Una tra le tante: la fotografia della strada principale di Asmara dove architetti italiani edificarono quattro centri religiosi, le cattedrali copta e cattolica, la sinagoga e la moschea che si fronteggiavano sul Corso del Re, anticipando quel che in tutto in mondo si sta rivelando come un’urgenza politica. Il rapporto tra l’Italia e le popolazioni «al di qua dal Mareb» - come si diceva allora - cominciò nel 1870 e finì nel 1941. In questo settantennio significativa è appunto la vicenda degli ascari, i soldati eritrei arruolati nelle Forze Armate italiane tra il 1889 e il 1941.
Il termine «ascaro» deriva dall’arabo. L’ascaro mantenne sempre memoria esteriore delle sue origini, il «guerriero uccisore di leoni», anche quando dovette convivere con l’ufficialità delle uniformi di un esercito regolare. Colori, paramenti, spade, copricapi, fasce. Basterebbe questo per capire quanto diversa sia stata la storia reale degli italiani in Eritrea. E un quartiere di Asmara è tuttora intitolato al maggiore Galliano di pascoliana memoria, il vincitore contro i dervisci sudanesi, e questa incredibile memoria sotterranea di parole, che storpia i nomi dei comandanti italiani nei dialetti e nei proverbi eritrei, ne mantiene una sorta di ricordo privato, segreto, un onore speciale.