Le parole di Allah sono pietre E fanno male

Un nuovo «Dizionario del Corano» realizzato da 28 esperti internazionali

Fermare la violenza con la conoscenza: quante volte questo assioma - questa speranza - è stato ripetuto? Contiene senz’altro una parte di vero: se la violenza deriva dal giudizio - e in effetti può anche essere così - allora il giudizio deve essere preciso, corretto, veritiero. Ma è altrettanto vero che la violenza non procede solo dal giudizio e dalla conoscenza che esso presuppone, perché molte sono le vie che conducono a essa. Né la violenza è solo e necessariamente un male, come sa ogni padre, per quanto dolore possa provocare.
Eppure il desiderio che ha mosso gli autori di questo nuovo Dizionario del Corano (Mondadori, pagg. 1024, euro 28) è proprio quello di combattere lo «scontro di ignoranze» che avvilirebbe il nostro tempo. Ci riusciranno? Così almeno spera Ida Zilio-Grandi, ricercatrice dell’Università di Genova e già autrice di alcune voci per l’edizione originale, che ha coordinato l’équipe di traduttori al lavoro sull’originale francese, quest’ultimo curato da Mohammad Ali Amir-Moezzi, direttore di studi all'«École pratique des hautes études» di Parigi e rinomato studioso di teologia islamica. Ventotto esperti a livello internazionale hanno così prodotto 400 e più voci che spaziano in lungo e in largo tra le parole della Parola, cioè il Corano, Parola eterna di Dio per i musulmani tanto quanto Cristo lo è per i cristiani.
Un’opera come questa risulta proficua anzitutto perché aiuta il lettore occidentale a districarsi tra le pagine del Corano, che non è affatto un libro come ci si aspetterebbe in Occidente. Ordinate sostanzialmente per lunghezza decrescente, le sure coraniche (cioè i capitoli) lasciano parecchio a desiderare quanto a intelligibilità editoriale: non sono sistematiche, non sono ordinate in senso logico né cronologico, e disorientano così il lettore che cerchi sensi e verità a partire da una lettura, appunto, sistematica. Dunque un dizionario traccia piste alternative e soprattutto necessarie per orientarsi, unendo sure e versetti altrimenti troppo distanti fra loro per un occhio non allenato.
Ma questo Dizionario fa anche di più: privilegiando un approccio filologico e storico, fornisce le chiavi di lettura per collocare di volta in volta il testo nel suo contesto originario e poi in quello storico, perché sarebbe gravemente errato giudicare l’Islam solo a partire dal Corano. L’Islam ha infatti altre «fonti», ovvero la tradizione e il diritto costruitosi nel tempo, così che il Dizionario finisce con il trascendere il proprio argomento stesso, restituendo un’immagine ben più ricca e articolata di ciò che è la religione islamica - e le civiltà da essa generate - a partire dal dettato coranico ma anche oltre esso.
Su molti argomenti è così possibile - ed è questo un altro merito rilevante - addentrarsi nella foresta interpretativa che il Corano ha da sempre fatto germogliare. L’esegesi coranica è, infatti, ancor oggi tutt’altro che omogenea a livello internazionale. Il Dizionario mondadoriano dà conto di questi problemi rilevanti, privilegiando un approccio critico e non iper-critico, vale a dire accettando sostanzialmente l’ipotesi che il Corano così come lo conosciamo noi sia opera essenzialmente vicina a quella rivelata sotto Maometto, mentre gli studiosi cosiddetti iper-critici sostengono redazioni tarde e persino non arabiche.
Ma la vera notizia, se vogliamo, non è nemmeno la qualità e l’interesse di quest’opera. La notizia è che gli intenti apologetici sono pressoché banditi - alcune sfumature a parte - e quel che emerge prepotentemente voce dopo voce è il volto senza maschere dell’Islam. Con il suo fascino e i suoi misteri, le sue grandezze e profondità, il suo statuto ultimativo e totalizzante. Così, per esempio, la voce «Donna» fa ben emergere forza e debolezza della donna nella visione islamica. Mentre la voce «Apostasia» dà conto in maniera precisa del destino di morte che attende chiunque osi smettere di essere musulmano: una prescrizione peraltro non coranica, ma che si capisce proprio grazie all’ampliarsi della voce sino a comprendere le altre «fonti» islamiche sopra ricordate. E gli esempi potrebbero continuare.
Quanto al desiderio che una maggiore conoscenza argini la violenza del nostro tempo, val forse più la pena riflettere su un piano asimmetrico. Se un Dizionario come questo spiega serenamente che la «Dissimulazione», cioè il «premunirsi gli uni contro gli altri manifestando concordia e intesa mentre interiormente si prova l’esatto contrario», è legittima per il musulmano nei confronti degli «infedeli» (pag. 219); se questo stesso Dizionario ci ricorda una volta di più che «l’islam diventa un gruppo religioso originale grazie a una guerra contro ogni opposizione, a qualsiasi livello essa si situi» (pag. 374, a proposito di «Guerra e pace»); e se la voce «Comunità» ricorda che la umma islamica (appunto, la «comunità») nasce come «adesione o sottomissione a un nuovo potere instaurato da un profeta che definisce le leggi in nome di Dio e le cui assisi politiche poggiano su un’azione militare permanente» (pag. 169); se tutto ciò (e non poco altro) è vero, come si può lamentare il «conflitto delle ignoranze» di cui l’Occidente sarebbe vittima colpevole?
È proprio capendo meglio l’Islam che ci si deve meglio attrezzare per esercitare una violenza di contenimento. Forse non paterna, forse nemmeno fraterna. Però giusta, questo sì.