Le parole del politicamente corretto

Carissimo dottor Granzotto, non sarà che anche lei si è inchinato al politically correct? Al simpatico lettore che le chiedeva lumi sui cavoli, rape e finocchi, ha fornito tutte le risposte più difficili, schermendosi invece dietro una stringatissima - e sospetta! - dichiarazione d’ignoranza sulla drammatica origine dell’insulto «finocchio»: risalente a quando gli odorosissimi semi dell’ortaggio erano gettati a manciate sui roghi di eretici, streghe e appunto omosessuali, onde coprire il fetore delle carni bruciate dei malcapitati. Diciamolo piuttosto forte e chiaro, che non se ne può più dei Grillini e dei Luxuria (ma sì, facciamo di tutta l’erba un fascio) con le loro lacrime di coccodrillo su chissà quali presunte discriminazioni: le discriminazioni, quelle vere, le patirono i loro sventurati omologhi secoli fa.



Ma quale correttezza politica, caro Cortigiani! È che davvero non so come abbia avuto origine l'appellativo «finocchio» per indicare un omosessuale. E stando ai fatti non lo sa - con esattezza, intendo - nessuno. Un po' come «cafone», attorno al quale si favoleggiano genesi le più strampalate. L'etimologia, anche quella popolare, non solo può nascondere molto bene le tracce, ma anche riservare sorprese. Qualche giorno fa discorrevo con una giovane e promettente studiosa del bizzarro etimo di «genuino». Si stenta a crederlo, caro Cortigiani, eppure «genuino» trae da «ginocchio». Ma il bello viene adesso: perché da ginocchio? Cosa centra il ginocchio con qualcosa di schietto, spontaneo o che non contiene sostanze estranee alla propria natura? Ebbene deve sapere, sempre che già non lo sappia, che ai tempi dell'antica Roma un padre, ponendosi sulle ginocchia il neonato, lo riconosceva come suo. In mancanza di quel gesto il bebè risultava figlio di enne enne (con le conseguenze del caso vuoi per il bebè, vuoi per la madre). Detta in parole povere, l'atto di mettersi sulle ginocchia il bimbo appena nato certificava l'autenticità del prodotto ovvero, ed ecco che ci siamo, la sua genuinità.
Nessuna meraviglia, quindi, se si favoleggia che l'origine di «finocchio» (in quel senso là) sia da riferirsi a pratiche di giustizia dei tempi andati e che comprendevano l'uso di mandar arrosto streghe e sodomiti. Ma c'è un ma, anzi, due. Primo ma: nessuna cronaca riporta l'uso di gettar nei roghi semi di finocchio o finocchi (qui ovviamente intesi come vegetali) interi per attenuare il nauseante odore di carne bruciata. Secondo ma: in nessun testo letterario o narrazione popolare compare il termine «finocchio» riferito alla pratica omosessuale. E ciò fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando fa la sua trionfale comparsa sia nel linguaggio come nello strumento atto a registrarlo: il vocabolario, che la dà come voce toscana senza però fornire elementi per individuarne l'origine.
E questo è quanto (ma guarda tu cosa non mi tocca fare e scrivere per scrollarmi di dosso il sospetto di appartenere alle schiere dei mammalucchi devoti al politicamente corretto).
Paolo Granzotto