Il Partito democratico salpa e già affonda: perso 1 voto su 3

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Roma - Il Partito democratico? Perde quasi un voto ogni tre, rispetto a quelli incassati nelle ultime elezioni politiche, di più rispetto alle comunali. Il calcolo è relativamente semplice, ma curiosamente il ministero dell’Interno non lo fornisce, astenendosi dal diffondere riepiloghi di percentuali elettorali distribuite per liste di partito.
Eppure è proprio questo dato quello che rende subito evidente la dimensione della disfatta dell’Ulivo, alla sua prima prova elettorale da «aspirante partito». Di prima mattina, su Raiuno, i Ds avevano mandato il responsabile dell’organizzazione, il giovane Antonio Orlando: «Il nostro dato? È difficilmente interpretabile - spiegava Orlando -: troppe differenze fra comune e comune, troppe liste civiche, che rendono impossibile un calcolo omogeneo dei consensi realmente ottenuti...». Meraviglioso. (Piero Fassino, invitato da Ballarò, più prudentemente dà buca). Ma in ogni caso un dato omogeneo c’era, e bastava una piccola operazione matematica per pesarlo. Infatti, oltre alle città, domenica si è votato in sette province dove (ovviamente) si era votato alle politiche 2006. Ebbene, in poco meno di un anno, quel voto è evaporato: in quelle province, nel 2006 l’Ulivo aveva raccolto il 31,1% e la somma di Ds e Margherita aveva prodotto il 31,7 alle provinciali del 2002. Domenica, il cartello dei due partiti che si stanno fondendo è andato a fondo: 22,6, di fatto, quasi il 9% in meno dei voti, un tracollo.
Altro che «risultato insoddisfacente», come dice con un eufemismo Francesco Rutelli, o «Un voto che sarebbe errato sottovalutare», come dice Fassino con una curiosa perifrasi. È stato una vera Caporetto, piuttosto: come se improvvisamente, dal Parlamento, scomparisse una forza equivalente a quella di tre partiti della sinistra come Rifondazione, Verdi e Pdci. Un dato che acquista maggiore peso contando che a sinistra (malgrado i proclami e singoli successi locali) di questa emorragia non si avvantaggia nessuno. Men che meno Rifondazione, che - in analisi comparata sullo stesso campione - risulta non meno in affanno: nelle sette province dove si è votato, il partito di Franco Giordano passa dal 5,8% delle politiche (con una percentuale di poco superiore alla media nazionale) al 4,7 delle amministrative. Insomma, Atene piange, Sparta non ride: la maggior parte degli elettori persi, a prima vista, si rifugiano nel non-voto, se non nel cambio schieramento.
Una catastrofe che vista nel dettaglio non solo è confermata, ma anche accentuata dal dato delle singole città. Nei grandi Comuni del Nord il ridimensionamento è ancora più drammatico. In Piemonte il trend è netto: ad Alessandria dal 32% delle precedenti comunali (Ds più Dl) al 18,8% di queste; ad Asti dal 25% al 21%, a Cuneo dal 21% al 15%. In Lombardia, a Monza dal 26% al 21%. L’Ulivo perde, perde ovunque, in tutto il Nord (est e ovest), fino a un terzo dei suoi voti. Quando è fortunato 1 su 5. A Belluno addirittura si dimezza, passando dal 30,7 delle ultime comunali all’attuale 15,6. A Verona stesso schianto: dal 25,4 al 17,4. Ma allora dov’è che il Partito democratico «tiene»? Nelle regioni rosse, forse? In parte. Le sorprese non mancano nemmeno lì: ad esempio a Lucca, dove si passa dal 37,7 dell’Ulivo alle precedenti comunali, allo striminzito 28,5 di queste consultazioni. E persino a Pistoia (dove pure il candidato va al ballottaggio in vantaggio) si passa dal 41,2% del 2002 al deludente 31,4% di questa tornata.
E dove va bene, allora? Il dato più interessante, ovviamente, è quello di Taranto, unico esperimento elettorale della Sinistra democratica di Fabio Mussi in queste elezioni. Nel capoluogo pugliese, la somma di Ds e Dl arriva al 12,3%, nelle elezioni precedenti era al 20%. Il dato curioso è che la lista ispirata dall’ala che ha abbandonato i Ds arriva ad un clamoroso 8,7%. Segno che gli ex elettori della Quercia, almeno in questo caso, hanno riconosciuto la nuova formazione come praticabile (ma accadrebbe lo stesso altrove, anche senza un candidato carismatico?). Mentre, per paradosso, gli unici segnali di «avanzata» vengono dalle zone più degradate della Campania (proprio quelle colpite dall’emergenza rifiuti!) dai comuni dove le liste, per motivi locali sono rimaste distinte. Uno dei dati più indicativi è quello di Torre Annunziata, dove malgrado una scissione pre-elettorale (il sindaco uscente dell’Ulivo è è passato al centrodestra), i due partiti passano dal 37,2, addirittura al 41,1. Un caso? In un altro grande comune del vesuviano, Torre del Greco, la dinamica è la stessa: liste divise, e aumento del totale, con una somma che passa dal 14,6% al 24,1%. Insomma, stando al dato di ieri, il Partito Democratico dovrebbe essere stato colpito e affondato, da questo voto: se non altro perché Ds e Margherita funzionano solo dove non si presenta l’Ulivo.