Il partito senza politica

Pur se con sussulti e sobbalzi, lentamente avanza il partito democratico. Un partito unico nel suo genere capace di vantare la propria presunta modernità in base alla negazione, o, per essere più precisi, alla recisione delle radici dei due addendi maggiori, il partito popolare e i democratici di sinistra. Per chiamare le cose con il proprio nome, le radici democristiane e quelle comuniste e socialiste. Tra le tante, vi sono due cose che innanzitutto non riusciamo a capire in questo strano processo politico. La prima, quella che in qualche maniera ci spaventa, è che coloro che nei Ds e nel Ppi Margherita non sono convinti, hanno una sorta di paura e di timidezza nel resistere a questa specie di «ogm» della politica. Perché D'Alema e De Mita, tanto per citare due nomi autorevoli e resistenti, hanno il timore nel far saltare il banco su cui si sta confezionando «l'impasto democratico»? La seconda è tutta nella assoluta mancanza di identità e di cultura politica di riferimento del nuovo partito che, come abbiamo già detto, fonda proprio su questo la sua presunta modernità concedendo a chi arriccia il naso, tuttalpiù un generico riferimento alla cultura riformista. Sembra quasi di rileggere una vecchia poesia di Eduardo che si chiedeva «l'amore è una cosa che odora di rosa, ma rosa non è, sapete cos'è»? Il futuro partito democratico ha, sì, un odore di partito ma chi ci spiega cos'è? Se dovessimo far riferimento alla cultura riformista dovremmo dire che il governo Berlusconi da questo punto di vista sembra imbattibile perché ha «riformato» il mercato del lavoro, la scuola e l'università, la disciplina della tutela del risparmio, quella del diritto societario, il sistema pensionistico e via di questo passo mentre il governo di Romano Prodi nel quinquennio 1996-2000 ha messo in pista la riforma dell'Irap che l'Europa ha ritenuto incompatibile con i trattati comunitari e che ha messo in ginocchio le aziende. Se dunque il riformismo come prassi non c'è nel passato prossimo del partito democratico (senza radici la prassi, infatti, non produce nulla) quale sarà mai il cemento che tiene uniti questi gruppi dirigenti la cui professionalità politica è fuori discussione ma le cui profonde diversità tra loro lo sono altrettanto? In attesa che qualcuno tra loro ci spieghi cosa mai sia questo partito democratico, avanziamo noi una qualche risposta pronti, naturalmente, ad accettare smentite motivate. Il cemento che lega Prodi e Rutelli, Marini e D'Alema, Fassino e De Mita è il grumo di interessi finanziari che si sono intrecciati in Mediobanca e che da lì governano grandi organi di informazione come La Stampa, Il Sole 24 Ore e il gruppo Rcs oltre che, naturalmente, la finanza bancaria, quella assicurativa, la più grande azienda di servizi (Telecom) e la più importante azienda manifatturiera (Fiat) (sembra quasi la vecchia e gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto). In questo intreccio finanziario del quale parleremo più approfonditamente in molte altre occasioni, spicca il primato di alcune banche tra cui, innanzitutto, Capitalia e Banca Intesa ma anche Unicredito e S. Paolo per via del ruolo importante che giocano nel capitale della Fiat e di Olimpia, la controllante della Telecom. Per dirla in breve il partito democratico è il partito degli interessi finanziari di questo Paese, quegli interessi che hanno organizzato la diffusione di bond ed azioni come quelli di Parmalat, di Cirio e argentini con danni irreparabili per milioni di piccoli risparmiatori. In una società industriale gli interessi organizzati giocano legittimamente un ruolo politico sostenendo questa o quella coalizione. Quando, però, diventano essi stessi partito politico attraverso un processo di pulizia etnica delle radici culturali delle grandi famiglie politiche e quando attivano un cortocircuito finanza-informazione, piaccia o no, quell'intreccio finanziario diventa un soggetto illiberale. Provate a far passare in quel circuito informativo, cui si aggiunge per antica vocazione il gruppo Espresso-La Repubblica, una qualche critica a personaggi dell'establishment finanziario e vedrete quale muro si erigerà non solo contro le opinioni ma anche contro i fatti e le notizie. Il caso ultimo di Mario Draghi ne è la prova. Nessuno parla dei conflitti di interessi giganteschi del nuovo governatore della Banca d'Italia e la sua permanente astensione viene celebrata come trasparenza di un abile banchiere d'affari. Un banchiere che negli anni novanta svendette con l'aiuto di Romano Prodi parte rilevante delle aziende pubbliche (150 miliardi di euro) avviando il Paese verso quel processo di colonizzazione che è sotto gli occhi di tutti. Forse sbaglia Berlusconi ad evocare il vecchio partito comunista e le sue nefandezze. Basterebbe forse ricordare che anche in Italia il vecchio Pci fu contro i patti di Roma del '57, contro il patto atlantico, si astenne sul sistema monetario europeo e votò contro la riforma della scala mobile del 1984. Oggi quel partito è il migliore alleato del peggiore capitalismo finanziario, autoreferenziale e illiberale, che, novello dr. Jekyll, si sta trasformando nel nuovo partito democratico. Un impasto di interessi che con la democrazia non ha nulla a che fare e che ha usato la vicenda Unipol solo per mettere in fila per due quei dirigenti diessini che ancora resistevano al primato della finanza. Ecco la vera novità, il ruolo tracimante della finanza italiana che tenta di mettere davvero in discussione il primato della politica tout-court e che pensa di governare questo Paese con i soldi e con i giornali. È contro questo partito, che prenderà tra breve il nome di partito democratico, che bisognerà alzare il tiro, certi di fare l'interesse della Repubblica e della democrazia.
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