Il «passaggio al bosco» di Amos Oz

Una favola ecologista riuscita, ma con una macchia disneyana

L’inferno ha molte facce. Una fra queste - non necessariamente la meno terribile - potrebbe essere una particolare forma di solitudine: quella dell’uomo immerso nella folla dei suoi simili cui venga precluso qualsiasi contatto con la diversità.
Immaginate un mondo senza animali. Niente topi, ragni, formiche, pulci, zecche, ma neanche cani, mucche gatti, pesci, uccelli. Niente di niente. O, perlomeno, tutti sono convinti che sia così e rifiutano decisamente, perfino con terrore, altre possibilità. Tutti, tranne Almon, lo scemo del villaggio - un ex pescatore che parla con lo spaventapasseri e ricorda il suo cane fedele -, la maestra Emanuela, una vecchia zitella appassita assieme ai suoi sogni d’amore e i bambini, non ancora del tutto rovinati dall'istruzione.
È questo lo scenario prospettato dallo scrittore israeliano Amos Oz nella bella favola ecologista D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, pagg. 114, euro 10; traduzione di Elena Loewenthal), dove appunto si narra di un villaggio stregato, immerso in un irreale silenzio, perché, tanti anni fa, è stato colpito da un sortilegio e tutti gli esseri viventi, tranne gli uomini, sono scappati.
Cosa potrebbe esserci di peggio che atterrare su un nuovo pianeta e scoprirvi, come nel film Alien, un nido di alieni antropofagi? Semplice, arrivare fin là, e poi più in là ancora, e poi ancora più in là, e non trovare nulla. Per Mati e Maya, i due bambini più svegli e più “strani”, non è possibile che l’universo sia tanto immensamente grande, quanto freddo, vuoto e noioso. Hanno visto i disegni di animali della maestra Emanuela, e giocano con i cani intagliati nel legno dal pescatore Almon. E sognano il bosco proibito, dove chi si avventura corre il rischio di contrarre il «nitrillo», una malattia che rende pazzi e selvatici, come è già accaduto al piccolo Nimi. O, peggio, di essere catturati da Nehi, il demone dei boschi. Nel Trattato del ribelle, con l’espressione «passare al bosco», Ernst Jünger indica un’insopprimibile ansia di libertà, quello spirito trasgressivo e sostanzialmente anarcoide che si cela dietro ogni animo libero. Credo sia questa la chiave di lettura della favola di Oz. Che è un inno alla curiosità e alla tolleranza e una condanna del bigottismo e del pregiudizio. «La lingua degli animali - scrive Amos Oz - ha tante parole, ma nemmeno una che sia capace di esprimere il distacco e l’esclusione».
Peccato che la contaminazione disneyana, ovvero un certo francescanesimo di seconda mano, abbia colpito pure Oz, che s’inventa perfino il «carnemone», un vegetale al sapore di carne per sfamare i lupi. Si tratta notoriamente di un morbo assai più pericoloso del «nitrillo»...