La paura aiuta l’apocalisse e i cattivi profeti diffondono l’epidemia di Soderbergh

Venezia Tutto oggi avviene per contagio e si espande, il crollo di una Borsa ne provoca un altro, la crisi politica in un paese del Medio Oriente passa a quello vicino, una notizia lanciata sul web... Stefano Zecchi su queste pagine ha recentemente ben focalizzato la questione scrivendo che «contagio» è la parola che meglio spiega «come oggi stiamo vivendo la nostra decadenza». Che poi è curiosamente il tema centrale di Contagion, l’atteso film di Steven Soderbergh presentato ieri fuori concorso alla Mostra e in uscita venerdì prossimo distribuito dalla Warner, che racconta la trasmissione globale di un virus letale. Quando Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) torna a Minneapolis dopo un viaggio di affari a Honk Kong, quello che pensava fosse solo un banale jet lag è invece il contagio di un virus. Dopo poco la donna muore in un pronto soccorso e i dottori dicono al marito (Matt Damon) sotto shock che non hanno idea di cosa sia successo. In poco tempo altre persone mostrano gli stessi sintomi in varie parti del mondo e si capisce che ci troviamo davanti a una pandemia mondiale. Entrano così subito in gioco le varie agenzie sanitarie internazionali, con un gruppo di medici (Laurence Fishburne, Kate Winslet, Marillon Cotillard) che si occupano di isolare il virus, di ricercare il «paziente zero», di mettere in quarantena i malati e, soprattutto, di ricercare un vaccino efficace.
Messo così sembrerebbe però il solito film catastrofico, uno dei tanti che sono stati realizzati. Invece la pellicola di Soderbergh, che qui a Venezia ha confermato la sua volontà di non tornare dietro la macchina da presa per un po’ di tempo, programmaticamente fredda e distante dalla drammatizzazione degli effetti mortali della malattia, utilizza la cornice del virus per raccontare altri tipi di «contagio». Come quello mediatico perfettamente rappresentato dalla figura, apparentemente cristallina, di un seguitissimo blogger (Jude Law) che sostiene le solite tesi di controinformazione. Si tratterebbe naturalmente di un complotto delle case farmaceutiche per guadagnare sulla produzione del vaccino contro il virus letale mentre - sostiene lui - basterebbe l’utilizzo di prodotto omeopatico a sconfiggerlo. Il bello è che in parte è in buona fede. Perché si convince di avere gli stessi sintomi di chi è malato e si cura con la «Forsithia» che lo guarisce. Salvo poi scoprire di aver avuto una banale influenza e di aver indotto migliaia di persone a utilizzare un prodotto placebo, su cui ha pure guadagnato 4 milioni di dollari, dopo averle anche terrorizzate sugli effetti collaterali del nuovo vaccino.
Un disastro insomma. Ecco che il virus letale miete milioni di vittime nel mondo ma è il lancio, e il successivo contagio, di certe notizie che può compromettere maggiormente la stabilità e l’ordine di interi paesi. «Non è un personaggio del tutto negativo e alcune delle sue considerazioni non sono sbagliate di per sé - ha detto il regista - mi serviva per fare da controcanto agli altri personaggi che lavorano per la sicurezza e dunque devono porsi la domanda sul “cosa dire a chi”, per far sì che la popolazione si curi e che non si lasci prendere dal panico». E così entra anche in gioco la descrizione dei vari comportamenti umani in un momento in cui basta toccare una persona per contagiarsi: «Quando hanno dovuto affrontare il recente uragano negli Stati Uniti - racconta Gwyneth Paltrow - le persone hanno dimostrato di sapersi unire e aiutare tra loro. Ma con un contagio la cosa è ben diversa. Non si tratta di fare gli eroi ma i suicidi. Se aiuti qualcuno ti ammali tu stesso».
La solida e interessante sceneggiatura di Scott Z. Burns mette a nudo alcuni personaggi raccontandone anche le debolezze e meschinità. Così Matt Damon verrà a scoprire che la moglie prima di tornare a casa l’aveva tradito con un altro. La sua morte come punizione divina? «È solo una donna - spiega l’attrice - che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Se poi tutti dovessimo morire per aver tradito, credo che resteremmo davvero in pochi. In Italia in particolare». In particolare?