Tra paure e gioie artificiali il duro destino degli ebrei

Israele celebra oggi il 63° anniversario della sua nascita. Uno Stato in guerra da sempre che potrà vivere in pace solo quando si
ammetterà che non è il conflitto palestinese l’origine di tutti i mali

Israele celebra oggi il 63esimo anniversario della sua nascita. Dopo una giornata di silenzio, di cerimonie dedicate, ieri, ai 23 mila caduti nelle guerre e negli attentati terroristici, il passaggio all’atmosfera di festività, rumorosa e spesso artificiale, rappresenta un fedele specchio dello stato d’animo contraddittorio di questa nazione, vibrante d’energia ma schizofrenica nelle sue previsioni del futuro. Il che non dovrebbe sorprendere dal momento che si tratta di una società che non ha mai goduto un giorno di pace con tutti i suoi vicini; che è ancora priva di confini e di una capitale internazionalmente riconosciuti; che ha visto la sua popolazione passare da 670.000 abitanti a quasi 8 milioni e il suo Pil che nel 1948 era inferiore a quello egiziano, superarlo oggi di quasi 30 volte. Ha ragione il presidente dello stato Shimon Peres , a dire : «Abbiamo oltrepassato i nostri sogni». Chi avrebbe infatti mai immaginato nel 1948 che un governo che disponeva meno di 5 milioni di dollari per la sua difesa potesse oggi dedicargliene due miliardi senza diminuire lo standard di vita e grazie ai 60 miliardi di dollari accumulati nelle sue riserve valutarie e a una delle più avanzate industrie tecnologiche del mondo?

Eppure questo è il solo Paese membro dell'ONU che viene impunemente minacciato quasi settimanalmente di distruzione dall’Iran. Uno Stato accusato di razzismo, di nazismo, e di colonialismo mentre è il solo nel Medio Oriente ad essere democratico, e garante della uguaglianza politica delle sue minoranze etniche e religiose. La sola Nazione affluente e moderna in una regione in preda alle rivolta contro la fame, le dittature, l'oppressione delle donne, dei gruppi etnici e religiose.
Perché ci odiano tanto? È la domanda più frequentemente posta e dibattuta in questo momento. Due sono le risposte più diffuse: invidia e l'occupazione di una parte della Cisgiordania. Corretta la prima ma falsa la seconda dal momento che l’evacuazione unilaterale di Gaza invece di far progredire la pace ha trasformato quella striscia di territorio in militare islamica di Hamas con 4000 missili lanciati contro la popolazione civile del sud di Israele.

L’accordo firmato la settimana scorsa al Cairo fra le due autorità palestinesi nemiche - Hamas e Al Fatah - ci si chiede a Gerusalemme è una probabilità di pace o un nuovo cavallo di Troia che con il sostegno dell'ONU cerca di imporre a Israele una pace priva di garanzie? Nessuno può dirlo. Ma una cosa è certa: il dilemma è molto più profondo avendo la sua radice in una menzogna storica. Cioè che il conflitto palestinese fosse simbolo di tutti i mali del mondo e la sua rimozione garanzia di pace e stabilità per la regione.
Questo non è mai stato vero. La prova l'ha data la rivolte araba ancora sanguinosamente in corso, senza che rivoluzionari e contro rivoluzionari si preoccupino della sorte dei palestinesi. Se mai sono i governanti palestinesi a preoccuparsi di soffocare ogni segno di rivolta a Gaza e in Cisgiordania.

La verità è che il conflitto palestinese è stato per 63 anni un conflitto costruttivo per tutti. Lo è stato e continua ad esserlo per Israele che da esso ha tratto la sua forza di resistenza, la sua passione di sopravvivenza, buona parte della coesione di una società di immigranti e una straordinaria inventività per difendersi da un nemico molto superiore. Lo è stato per i Palestinesi che attraverso il conflitto si sono fatti una reputazione internazionale di vittimismo permanente e unico nel suo genere. Lo è stato per i regimi arabi che con la scusa di difendere la causa palestinese hanno spogliato i loro popoli - vedi il rapporto del 2002 dell'ONU sullo sviluppo umano arabo - di tre beni vitali indispensabili allo sviluppo: la libertà, l'educazione e il diritto delle donne.

Chi fra le parti interessate avrà ora il coraggio morale e politico di dire a se stesso e agli altri la verità? Da questo, non dai missili o dal voto all'ONU dipende l'avvenire politico d’Israele, dei Palestinesi e dei futuri regimi nei Paesi arabi.