Il Pci impassibile in mezzo alla bufera

Il Partito «governò» il cambiamento, ma non è mai cambiato per diventare partito di governo

Una falla che poteva trasformarsi in voragine. Uno sbrego che poteva generare uno strappo. Lo strappo invece non ci fu. Per realizzarlo il Pci avrebbe avuto bisogno quasi di altri trent’anni, realizzandolo peraltro solo a metà. Non si può considerare infatti una chiara separazione di destini con la «madre patria del socialismo» la tanto citata presa di posizione con cui Berlinguer, all’indomani dell’ennesima prova del carattere illiberale del socialismo reale (il colpo di Stato di Jaruzelski) ebbe a dichiarare nel 1981 esaurita «la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno - si premurò di precisare, ben sapendo del possibile impatto dirompente sul popolo comunista di quanto stava affermando - di alcune delle società che si sono create nell’Est europeo».
Il ’56 può essere assunto come passaggio rivelatore, quant’altri mai, della straordinaria tenacità ed insieme della sorprendente duttilità e adattabilità del Pci nel governare il cambiamento, anche quando esso si presentava nelle vesti di una clamorosa falsificazione dei suoi postulati ideologici. Sulla carta, la denuncia del carattere dispotico dello stalinismo enunciata da Krusciov al XX Congresso del Pcus e, di seguito, la repressione armata della rivolta ungherese avevano tutte le caratteristiche per piegare anche la più ferrea convinzione sul carattere democratico del «socialismo reale». Di fatto entrambe le «smentite» furono riassorbite dal partito togliattiano senza che esso pagasse, di fatto, dazio. Il «nobile destriero» si scrollò di dosso i «pidocchi» che lo punzecchiavano a proposito della sua ormai non più sostenibile fede nelle sorti progressiste - soprattutto in quelle democratiche - dell’Est comunista. La macchina organizzativa superò d’un balzo l’ostacolo delle elezioni riuscendo addirittura ad arrotondare il bottino di voti: passò nel ’58 dal 22,6 al 22,7 per cento. È vero che viceversa gli iscritti calarono, ma la tendenza al ribasso (dal massimo di 2.145.285 toccato nel 1954 al 1.818.775 del ’58) era in atto da prima e quindi non poteva essere addebitata al fatidico ’56.
La bufera sembra insomma non aver inflitto danni al granitico partito. Non gli ha apportato lesioni. Non si può dire, comunque, che abbia lasciato tutto come prima. Il Migliore riesce a portare la barca fuori della tempesta senza che si aprano nello scafo vistose falle né che la rotta sia modificata. Cambiano, però, sia l’assetto dell’equipaggio sia - quel che più conta - il morale della truppa. È l’originale maniera di muoversi nella storia di questo vitale (ed insieme adattabilissimo all’ambiente) animale politico che è il Pci. Costretto a procedere controcorrente, investito di continuo dagli inevitabili rovesci che piovono sulla testa di chi si intestardisce a difendere la causa del socialismo reale, affida alla sua capacità di «coniugazione dei fini» ad oltranza - per usare un linguaggio politologico - la possibilità di non vedersi obbligato a procedere altrimenti alla dolorosa operazione della loro «sostituzione».
Destino inevitabile di un partito che vuole tenere viva la fede nel fine palingenetico della liberazione dei lavoratori dalle catene dello sfruttamento e al contempo deve occultare la verità di una libertà messa in catene nei Paesi in cui la promessa liberazione si dichiara sia ormai un fatto compiuto. La fede non la può intaccare, se almeno vuole salvaguardare quella perenne fonte di approvvigionamento di linfa utile ad alimentare l’identità e la solidarietà dei fedeli. Lo scandalo di una libertà in catene nei Paesi dell’Est, negato finché è stato possibile farlo, dopo il ’56 lo può tenere sotto controllo solo se lo allontana da sé. Lo fa ricorrendo all’elaborazione della «via italiana al socialismo», dove l’aggettivo «italiana» s’incarica di separare il proprio destino dall’ormai truce sostantivo «socialismo».
Sul terreno politico tale scelta procura al partito una condizione che perpetua rinnovandolo il suo carattere «doppio». Doppio fino allora perché leale nei comportamenti con la democrazia ma nei cuori fedele ad un fine irrevocabilmente eversivo. Doppio d’ora in poi perché rivoluzionario nelle aspirazioni ma riformista nella gestione delle responsabilità di governo, soprattutto di quelle amministrative. Una condizione di doppiezza che nell’immediato gli permette di governare il cambiamento ma che in prospettiva gli inibisce quel cambiamento vero che solo lo avrebbe potuto abilitare al governo del Paese.
Sul terreno organizzativo il Pci ne guadagna una buonissima tenuta del suo apparato e, più in generale, del suo ramificato insediamento sociale. Nel corpo del partito si insinua, sì, un tarlo che corrode subito alcuni piccoli rami - non vitali - dell’intellettualità ma che solo alla distanza riuscirà ad intaccare la pianta. Presso gli intellettuali gravitanti nell’orbita del partito, o meglio solo presso una frazione, per quanto prestigiosa, di essi (tra gli altri Antonio Giolitti, Furio Diaz, Luciano Cafagna, Lucio Colletti, Renzo De Felice) mette in crisi le equazioni antifascismo = Urss e comunismo = democrazia, con «il partito della classe operaia» nel ruolo di avanguardia della storia. Defezioni, però, se ne contano nel complesso poche, così come solo col tempo viene eroso il mito dell’Unione Sovietica capofila dell’internazionalismo operaio. Né gli abbandoni né la falsificazione del binomio «socialismo reale»-libertà servono a smantellare la fascinazione che il Pci continua a esercitare sulla cultura e, ancor meno, congiurano a restringerne il raggio di influenza che anzi si allarga.
Tenuta intatta della macchina non significa che alla distanza non risulti intaccato il morale dei fedeli e non si allenti il vincolo di appartenenza o che, quanto meno, non sia corroso dal tarlo del disincanto. È vero che il mondo operaio non smette di sostenerlo: la percentuale di iscritti operai erano il 40 per cento nel ’54, sono il 39,6 per cento nel ’58. È vero anche che ben il 75 per cento degli iscritti al partito risultano convinti che la rivolta ungherese sia il frutto vuoi di un complotto fascista vuoi di un tentativo controrivoluzionario istigato dal clero e dalle manovre di agenti stranieri. Resta comunque il fatto che capisaldi dell’identità comunista risultano in qualche misura lesionati.
Paradossalmente, però, la reazione della base non va in direzione di una riscoperta della democrazia come valore invalidante della dittatura del proletariato, ma all’opposto in difesa del mito del dittatore bolscevico. La spirale ideologia-identità-solidarietà con il mondo comunista-ruolo antisistema-conventio ad escludendum congiura a ritardare la piena integrazione della sinistra comunista nel sistema fino, e in parte oltre, la letterale scomparsa della Patria del socialismo.