Pd, il partito-fortezza che non ama gli estranei

Romano Prodi ha cercato di rabbonire Marco Pannella ed Antonio Di Pietro, irritati per l’esclusione dalla competizione per la segreteria del Partito Democratico, invitandoli a non sentirsi «respinti». Ed assicurando che il suo impegno sarà comunque quello di rendere il Pd un partito aperto e non bloccato attorno alla funzione esclusiva tra Ds e Margherita.
Ma l’intervento del presidente del Consiglio non ha convinto. Per la semplice ragione che è risultato inguaribilmente tardivo. Se fosse stato pronunciato nella fase di accoglimento delle candidature alla segreteria del Partito democratico avrebbe probabilmente avuto un qualche effetto. Magari quello di costringere il Comitato che doveva esaminare le richieste ad inventare qualche gabola procedurale per escludere Pannella e Di Pietro. Invece è venuto dopo la chiusura delle candidature. Ed oltre ad apparire come una sorta di beffa dopo il danno per i leader radicale e l’ex Pm di Mani Pulite, non è servito ad altro che a riaffermare la vera ed immodificabile natura del Pd.
A nessuno, naturalmente, è mai venuto in mente di mettere in discussione la strumentalità della richiesta di Marco Pannella e di Antonio Di Pietro di partecipare alla corsa per la segreteria del Partito Democratico. Il leader radicale e quello dell’Italia dei Valori puntavano a trovare una manciata di visibilità a buon mercato. E, per qualche giorno, l’hanno pure trovata.
Ma il comitato che ha deciso di respingere le richieste non si è aggrappato alla evidente strumentalità dei loro comportamenti. Ha voluto dare una precisa spiegazione politica definendoli «leader di altri partiti» che non partecipano al processo di costruzione del futuro Partito Democratico. Ed in questo modo ha fissato in maniera inequivocabile il confine politico del Partito Democratico. Ora Prodi può anche lasciare intendere che il processo in corso è diretto a costruire un grande Ulivo. Ma non è credibile. Perché la spiegazione dell’esclusione di Pannella e di Di Pietro fissa una volta per tutte che il futuro Partito Democratico nasce solo dalla fusione dei Ds e della Margherita. Che la sua natura non può essere contaminata da componenti laiche e libertarie come quelle rappresentate da Marco Pannella e, tanto meno, da quelle moderate e giustizialiste che trovano in Di Pietro il loro naturale esponente di punta.
Il Pd non è il centro sinistra ma solo una sua costola. E questa costola è da un punto di vista ideologico e culturale cattocomunista e dal punto di vista politico caratterizzata dall’incontro tra i cattolici democratici figli di don Dossetti, don Milani, del Concilio Vaticano II e di Papa Montini e dagli eredi di matrice berlingueriana del Partito Comunista Italiano.
In questa chiave la strumentalità dell’azione di Pannella e di Di Pietro ha rappresentato uno strumento di chiarezza. Le parole del Presidente del Consiglio, viceversa, costituiscono l’ennesimo tentativo di introdurre elementi di confusione sulla scena politica nazionale. Con un obbiettivo fin troppo semplice. Che è quello di approfittare del caos permanente per cercare di allungare il più possibile la vita del governo e la sua permanenza a Palazzo Chigi.