PEACE Reportage d’autore

S’intitola «GB84» ed è il libro, tra cronaca e romanzo, con il quale lo scrittore inglese riapre la ferita dello sciopero dei minatori dello Yorkshire del 1984

Ci sono autori che ci fanno vibrare le corde dell’anima con la leggerezza dell’ironia, altri con la profondità dei sentimenti. Ce ne sono altri che, invece, scelgono di scioccarci con una profusione quasi intollerabile di violenza. David Peace, scrittore quasi quarantenne dello Yorkshire, preferisce «disturbarci» con una prosa secca, frenetica, con un passo da cronista giornalistico. GB84 (Marco Tropea, pagg. 474, euro 16) risolve la continuità dei suoi precedenti romanzi solo nel titolo, anche se non del tutto, visto che quello degli altri suoi libri era semplicemente l’anno in cui si svolgevano. Ma l’ambientazione è sempre quella dello Yorkshire, terra di miniere e colline verdeggianti nel nord dell’Inghilterra che l’autore conosce bene, essendoci nato e cresciuto, e che certo nessuno immaginerebbe possa fare da scenario a storie così cupe.
Storie, prima di GB84, facenti leva sulla vicenda torbida e mai risolta dello «Squartatore dello Yorkshire», un terribile assassino seriale che sconvolge le vite della tranquilla regione e le storie private di un gruppo di poliziotti. «Ho pensato che GB84 fosse la conclusione naturale di quella serie. In fondo, la vicenda dello Squartatore non è che una storia di tragedia privata che fa da apripista a una vera e propria tragedia collettiva, quella dello sciopero dei minatori condotto fra il 1984 e il 1985». GB84, al pari dei suoi precedenti lavori, si sviluppa su piani narrativi diversi e in parte sovrapposti. C’è una pagina ricorrente, a due colonne, all’interno della quale il flusso di coscienza del minatore Martin, con le sue preoccupazioni, la sua vita privata sconvolta, i suoi affetti e le sue speranze, si riversano sul lettore con una forza e una virulenza che a tratti risultano fastidiose, sebbene mai compiaciute. «È la pagina che io dedico alle vittime. L’avevo fatto anche nei miei precedenti romanzi. Sono loro il centro delle mie storie e ho scelto di tenere le loro vite private staccate dalla narrazione centrale, quella che racconta la vicenda in maniera più organica. Troppa violenza? Credo che un buon romanzo debba sempre disturbare il lettore. Violenza e morte sono due elementi che permeano i miei romanzi perché sono una costante della nostra vita».
E poi ci sono pagine in cui si alternano la narrazione centrale della vicenda e un corsivo dedicato a un personaggio che si muove ai margini della storia e che è protagonista di atti di violenza da thriller americano. D’altra parte, la vicenda storica dello sciopero dei minatori è costellata di episodi di violenza, miseria umana e giochi sporchi.
Margaret Thatcher era salita al potere con una maggioranza anomala e il sostegno di una estrema destra antisemita e di una lobby di uomini d’affari tra cui figuravano molti ebrei, il cui stile di vita e i cui principi la Lady di ferro ammirava particolarmente. La decisione di chiudere un numero di miniere in crisi con il conseguente licenziamento di decine di migliaia di minatori sconvolse la nazione e, soprattutto, la zona dello Yorkshire, il cui tessuto sociale si era formato intorno ai pozzi. La Thatcher forse sottostimò la forza del sindacato che per un anno resistette agli stenti, protetto dalla solidarietà delle famiglie e di una parte della nazione, alle provocazioni di elementi di disturbo infiltrati dai servizi segreti, alla violenza di cui si resero protagoniste le forze di polizia inviate sul campo. Naturalmente, non mancarono esecrabili episodi di violenza anche dall’altra parte tanto che, a distanza di anni, la storia ha decretato la sconfitta di entrambi gli schieramenti. La sconfitta dell’intransigenza della Lady di ferro tanto quanto di «Re Artù», come era soprannominato Arthur Scargill, il dispotico capo del sindacato, eroe inviso a molti per non aver mai aperto a un vero contraddittorio all’interno di un sindacato considerato da tutti una sorta di aristocrazia del proletariato.
Ma i veri protagonisti del romanzo sono Terry Winters, assistente di Scargill, e l’Ebreo, un businessman astuto che sceglie di mettersi al servizio del governo pur di rendere vani gli sforzi dei minatori. È un uomo senza scrupoli che fa della propaganda e della provocazione le sue armi migliori, un personaggio ambiguo ma non apertamente negativo. «Ho avuto qualche difficoltà a farlo accettare dal mio editore, che temeva che venissi tacciato di antisemitismo», dice Peace.
«In realtà, ho cercato di ricostruire un quadro storico obiettivo, visto che l’arte si è quasi scordata di quello sciopero. Un paio di film, qualche romanzo e una manciata di canzoni di gente come Jam, The Man They Couldn’t Hang, Redskins e Billy Bragg. Quanto ai saggi storici, sono stati praticamente scritti tutti da esponenti della sinistra, dunque con un’ottica apertamente favorevole al sindacato. Così ho cercato di ridefinire la storia con obiettività, utilizzando nomi fittizi per personaggi in buona parte reali, nonostante nel 1984 il mio cuore, da buon abitante dello Yorkshire, battesse per i minatori». E si nota, malgrado le assicurazioni di imparzialità.
È un crescendo di passione e frenesia. Picchetti e cori, sberleffi e pianti, minacce ai crumiri e cariche della polizia a cavallo. Nessuno che cerchi di svelenire un clima arroventato, al punto che la Thatcher giunse ad accostare gli scioperanti agli invasori argentini delle Falklands, nel tentativo di screditare le loro rivendicazioni. E se non è una guerra, poco ci manca, con la tristemente nota battaglia di Orgreave, nella quale i due schieramenti si fronteggiano in una Waterloo davvero poco onorevole. È forse proprio la mancanza di onore, un valore strombazzato a destra come a sinistra, a rappresentare l’elemento centrale di questo romanzo intenso e sincero. Uno spaccato storico raccontato con passione e documentato minuziosamente.