PEAKE La fantasia è una prigione incantata

Le sofferenze del popolo cinese all’inizio del Novecento; gli incantevoli paesaggi dell’isola di Sark; gli orrori e le devastazioni della seconda guerra mondiale. Ovvero: un mondo «altro» e inconciliabile con il proprio; la natura come madre distratta ma in fondo amorevole; la dannazione dell’uomo che ciclicamente distrugge sé stesso. Nella biografia di Mervyn Peake (1911-1968) dominano queste tre presenze, e il loro marchio s’imprime nella colossale trilogia di «Gormenghast», alla quale gli abiti del genere fantasy stanno troppo stretti.
Peake nacque in Cina, nella provincia dello Kian-Hsi, figlio dei missionari inglesi Ernest Cromwell Peake ed Elizabeth Powell. Fino al ’22 visse a Tientsin, a Sud di Pechino, nel periodo immediatamente seguente la fine della dominazione dei Manchu della dinastia Quing. Tempi di violenze e di povertà, per le popolazioni locali. E tempi di isolamento, per la famiglia Peake, che la gente del posto chiamava «diavoli stranieri».
Poi i Peake rientrarono in Inghilterra, e Mervyn venne iscritto all’Eltham School, nel Kent. Il ragazzino mostrò ben presto notevole talento per le arti grafiche, tanto da essere mandato successivamente alla Croydon School of Art e, dal ’29 al ’33, alla Royal Academy Schools. Dal ’33 al ’35 Mervyn visse, su invito del professor Eric Drake, in una sorta di comune di artisti a Sark, isola a 25 miglia dalla costa della Normandia. Quel soggiorno aprì il periodo più lieto della sua vita, proseguito con l’insegnamento alla Westminster School of Art, dove incontrò Maeve Gilmore che nel ’37 divenne sua moglie (e dalla quale avrà tre figli: Sebastian nel ’40, Fabian nel ’42 e Clare nel ’49).
Ma la guerra era dietro l’angolo. E se Peake vi prese parte marginalmente, avendo ottenuto dal proprio comandante di stare nelle retrovie per dedicarsi alla stesura di Titus Groan, non per questo fu per lui meno traumatica. Anche perché, dopo esser stato congedato per esaurimento nervoso, rientrò nell’esercito come «artista di guerra» e nel ’45 fu tra i primi a entrare nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dopo la liberazione da parte degli Alleati. Quelle immagini si fissarono in modo indelebile nella sua mente e segnarono per lui l’inizio della fine. La via crucis da un medico all’altro, gli elettroshock, l’operazione al cervello. No, quello non era un semplice esaurimento nervoso, bensì il risveglio dell’encefalite letargica contratta in Cina da bambino, per giunta associata al morbo di Parkinson.
Il rapporto fra la vita di Peake e la sua opera più celebre è talmente stretto da risultare inquietante. È come se gli eventi dei suoi 57 anni fossero stati distillati da un alchimista e poi versati, una goccia dopo l’altra, sulle pagine. Gormenghast è il nome della fortezza dove tutto si svolge. È l’universo concentrazionario in cui troviamo l’allegoria delle rigide gerarchie cinesi e dei campi di sterminio nazisti, la forza dirompente della natura descritta in «quadri» memorabili che richiamano Bosch o Magritte e la strana sensazione d’essere in gabbia che prende lo spettatore di un film in cui le scene che dovrebbero essere in esterno sono in realtà girate in un teatro di posa. Tutti i personaggi, dal depresso Conte Sepulcrio al fedelissimo e aracnideo servitore Lisca, dall’allampanato dottor Floristrazio al laido capocuoco Sugna, dalla maestosa contessa Gertrude con il suo strascico di gatti bianchi all’arrivista Ferraguzzo, sono caricature oniriche in cui i tratti umani si deformano con esiti grotteschi, figure «malate», vittime dei cerimoniali e di una reclusione che fingono di coltivare per scelta. Soltanto Tito, figlio di Sepulcrio e Gertrude e dunque prossimo settantasettesimo signore dell’immenso e labirintico maniero, non accetta il proprio destino e cerca di piegare il corso di una storia già scritta da tempo immemorabile.
Sessant’anni dopo l’uscita in Inghilterra della prima parte della saga, bene ha fatto Adelphi a ripubblicare Tito di Gormenghast (pagg. 546, euro 24; la prima edizione fu nell’81), e benissimo a proporre finalmente in Italia la seconda parte, Gormenghast (pagg. 594, euro 24, mentre la terza parte, il cui titolo originale è Titus Alone, uscirà sempre da Adelphi entro l’anno). Il passaggio dalla traduzione di Anna Ravano a quella di Roberto Serrai non scalfisce le mura governate dalla dinastia dei de’ Lamenti, questi Quing fuori dal tempo abbarbicati alle ataviche pietre. Clive S. Lewis, altro pregiato architetto di atmosfere svincolate dallo spazio-tempo nelle sue Cronache di Narnia, affermava che «Peake ha creato una nuova categoria, il “Gormenghastly”, e ora ci chiediamo stupiti: come abbiamo potuto vivere senza di essa?». Diventare un avverbio era inevitabile, per Gormenghast e i suoi abitanti. E anche per gli Abitatori Esterni, quelli che stanno nelle Capanne di Fango ai piedi della tetra dimora e che preparano, mossi dall’«orgoglio dei soggiogati», le Sculture Radiose da esporre ogni anno a corte. Anche loro restano indifferenti allo «sbadiglio del Tempo». Anche loro figurano nel fantasmagorico paesaggismo che anticipa di oltre mezzo secolo la computer graphic di un Tim Burton. «Per l’occhio umano - scrive Peake - vedere non è un atto imparziale, una comprensione istantanea del tutto».
Sul finire del primo volume, quando Stoccafisso, prima maschera dell’affollatissima recita presentatasi oltre 500 pagine addietro all’ignaro lettore, dubita di essere sveglio, lasciando l’amaca, per un attimo ci coglie il dubbio che tutto sia stato un sogno. Così non è. Molti anni trascorreranno ancora, fuori e dentro Gormenghast, prima che Tito divenga fanciullo, ragazzo e infine uomo. Molti morranno (nessuno per vecchiaia, e questo vorrà pur dire qualcosa...), molti eventi si succederanno, ma nulla cambierà. «Chi ha fatto rivivere i simboli? Chi ha fatto girare le ruote di Gormenghast?», chiede l’anziano Lisca all’emergente Ferraguzzo. Ma la sua apprensione è fuori luogo. I simboli si tramandano per autoriproduzione e gli umani che li usano illudendosi di esserne gli artefici, non ne sono che i servi. È forse questo l’immemoriale messaggio dell’epopea peakeana. Al figlio desideroso di emanciparsi, la Contessa oppone la sua certezza: «Non esiste un altrove. Non farai che girare in tondo, Tito de’ Lamenti. Non esiste strada, non esiste sentiero che alla fine non ti riporterà a casa. Tutto conduce a Gormenghast». Il circolo vizioso della vita può accelerare o rallentare, ma non sa fermarsi.