Pechino, autostrade e grattacieli La città prima vittima dei Giochi

Il furore edilizio non ha risparmiato nulla. La vecchia capitale non c'è più. Ora l'atmosfera è quella di una megalopoli americana: cancellati giardini, antichi palazzi e oltre 300 villaggi di legno e lamiera

Pechino - Il mausoleo di Mao Zedong, il «Grande Timoniere», è chiuso, sbarrato. Il suo corpo imbalsamato, avvolto dalla bandiera rossa con la falce e il martello, resterà custodito in frigorifero fino alla fine dei Giochi. Ragioni di sicurezza.

Chiuso al pubblico, transennato da una bassa cancellatina pittata di bianco, è anche il cuore della grande spianata, sorvegliata a vista da poliziotti in automobile e gendarmi impalati sotto i grandi, misericordiosi ombrelloni piazzati lungo il perimetro. Ragioni di sicurezza. Che non venga in mente a qualche cretino di fare una spiritosaggine, tipo incatenarsi per il Tibet, o altro strampalato pretesto.

Giovanotti in borghese, gli occhi a fessura - cioè: molto a fessura - tesi a individuare la minima incongruità nel caldo canelupo che si allarga sotto la volta celeste, vanno avanti e indietro come lenti piroscafi, risalendo la corrente umana diretta verso la Città Proibita. Ragioni di sicurezza, anche queste. Sui lati, tra le grandi aiuole colorate poste a ingentilire la piazza più grande del mondo, tre colombe bianche e lo slogan olimpico ufficiale: «One world, one dream»: un solo mondo, un unico sogno. Che poi sarebbe quello del popolo cinese di farsi finalmente accettare nel salotto buono del pianeta nonostante certe riprovevoli manchevolezze in tema di libertà personali e di diritti umani; ma insomma uscendo finalmente dalla povertà e dal bisogno e ritagliandosi quel profilo internazionale vincente che vent'anni di balzi in avanti economici gli hanno meritato

Basta non ricordare, alle autorità cinesi, certe premesse; certe visioni di libertà, benessere, modernità, apertura ventilate al tempo della candidatura, quando già si oscuravano i siti Internet ma non si sparava con l'attuale disinvoltura sui sai dei monaci tibetani. Adesso, a premio incassato, il molto onorevole presidente Hu Jintao ripete la stessa solfa: dice che ci siamo capiti male; che si tratta solo di giochi, di sport. Che c'entrano i diritti umani e la dignità della persona? Davvero vogliamo tradire lo spirito olimpico con questa lagna dei diritti umani?

Vista di notte, quando il caldo irakeno di queste giornate si attenua, e i giochi d'acqua colorati di rosa rimandano lievi barbagli fin sulla Porta della Pace Celeste, piazza Tienanmen è magnifica. Migliaia di turisti calati nella capitale dalla provincia, in attesa della grande inaugurazione dei Giochi che lascerà il mondo a bocca aperta, a bocca aperta sono già fin d'ora. Guardano la stella rossa che brilla alta contro il nero del cielo, i soldati che marciano impettiti al cambio della guardia -108 passi al minuto, ciascuno lungo 75 centimetri- e si sentono il cuore gonfio d'orgoglio. Migliaia di flash partono dalle macchinette digitali giapponesi che impugnano felici, e lo spettacolo di luci crea una sorta di mitragliante singulto alla bazza di Mao Zedong, il cui grande ritratto sorveglia la Porta della Pace Celeste.

A proposito: il presidente Mao, se lo ricorda?, domando a Xian Duo Meng, 69 anni, contadino, venuto dalla città di Tang Shang, provincia di He Bei, a trovare la sorella che abita nella capitale. «Altroché se me lo ricordo - risponde -. Un grand'uomo. Senza voler togliere nulla ai presidenti che sono venuti dopo di lui, dico».

Pechino però era più bella, una volta. Più romantica, più suggestiva, più emozionante, gli dico. Poi, con la Rivoluzione culturale, tutto è andato a catafascio. E ora, con le Olimpiadi, la città pare addirittura violentata, snaturata, obietto.

«Eh, ogni stagione ha i suoi colori», sorride Meng, dichiarando chiuso il discorso. Inutile tentare di strappare un commento critico ai compagni di gita del compagno Meng; oppure alla giovane Ning Qianqian, 21 anni, e ai suoi amici venuti da Zi Bo, nello Shandong. «Il Partito sa quello che fa», dice con un giro di parole la ragazza, mentre i suoi compagni fanno sì con la testa. Forse il Partito ha ragione. Ma quel che si vede dal diciassettesimo piano del Poly Plaza hotel, nella spessa, invincibile cappa di smog disturba, stranisce, regala inquietudine. Le stesse torri, gli stessi grattacieli, la stessa architettura ultramoderna di Milwaukee, di Chicago, di Seattle. Uno scimmiottamento, una scopiazzatura, una voluttà modernista, una smemoratezza culturale che stringe il cuore. Due milioni di operai, lavorando per cinque anni giorno e notte hanno reso possibile questo sedicente miracolo. Costruendo meraviglie come lo stadio «Nido d'uccello» ma spazzando via, talvolta anche con la forza, interi quartieri popolari; facendo piazza pulita di molti hutong, quei pittoreschi vicoletti che attraversano la città da est a ovest, tagliando immensi labirinti di case povere, dove una mutanda stesa, e un porco in fuga, si combinano con l'immagine gentile di un geranio che spunta da una latta di pomodori e l'immagine fuggitiva di un popolano che si fa la barba sulla soglia di casa.

«Pechino è l'ultimo rifugio dello sconosciuto e del meraviglioso che esista al mondo», scriveva Pierre Loti nel 1900. Nel 1949, quando i comunisti la presero, Pechino era ancora una città superba, che sembrava destinata a vivere in eterno. Non è più così da un pezzo. Le mura, le porte, gli archi, le antiche abitazioni dei mandarini, i templi, i palazzi, i giardini. Tutto sparito. Era una città creata per rispecchiare la geometria dell'Universo. Ora suggerisce caos, disordine. Cominciarono le Guardie Rosse con la Rivoluzione culturale. Il «Grande Balzo in Avanti» compì l'opera.

Oggi, se attraversi in taxi il centro direzionale di Uomao, ti sembra di essere a Miami, o a Hong Kong, o a Los Angeles. Nessuna differenza, l'omologazione trionfa. Intatta, oltre alla Città Proibita, resta piazza Tienanmen, fiancheggiata dall'architettura staliniana del Grande Palazzo del Popolo e dal Museo della Rivoluzione. Aveva bisogni di spazi, il nuovo regime. Di manovre corali, che appagassero l'occhio e incantassero le menti. Qui si tennero le grandi messe cantate della Rivoluzione culturale, ed è qui che la Cina, radunando masse oceaniche, sfidò apertamente l'imperialismo americano schierandosi a fianco del Vietnam, per la gioia della Rive Gauche parigina e romana. Tienanmen, luogo del massacro di centinaia di giovani nel 1989, è la piazza San Pietro di Pechino. Una serie di cartelli lungo il perimetro ricorda ai visitatori che qui ci si comporta come in chiesa. Rispetto, decoro. E due piedi in una scarpa.

Poi sono venuti i Giochi. E la trasformazione urbanistica è diventata violenta, aggressiva, feroce, demolitoria. Per far nascere i nuovi villaggi olimpici attorno al quarto anello della capitale sono stati cancellati oltre 300 villaggi di legno e lamiera, costringendo almeno un milione e mezzo di migranti interni, calati dalle campagne per edificare le meraviglie del regime, a lasciare la città. C'è, in questo furore edilizio, come un ricordo, una reminiscenza di quel che gli eserciti comunisti fecero dal '49 in avanti, spazzando via i simboli del passato, trasformando in caserme gli edifici più belli della capitale, confiscando le proprietà dei «nemici del popolo», scassando i palazzi principeschi per far posto alle brande dei contadini-soldati. Ma quella, se non altro, aveva un pretesto comprensibile: era una rivoluzione. Lo sconquasso di Pechino in vista delle Olimpiadi, il suo vestito sgargiante fa solo tristezza: perché ha a che fare con la globalizzazione, col denaro, con la crescita, col consumo, con un furore materialistico di stampo veterocapitalista che lascia sgomenti. È il piatto freddo che il «socialismo alla cinese», prima ancora che con le medaglie olimpiche, si accinge a presentare a un vecchio, caro nemico: gli Stati Uniti d'America.