Pechino trova un nuovo nemico: l’inglese

Ma sbarcati a Shanghai potremo ancora accennare al tassista qualche parola di inglese senza temere di essere portati in tribunale? Ovviamente sì, potremo. Tuttavia la decisione dell'Amministrazione generale per la stampa e le pubblicazioni (Gapp), agenzia governativa della Repubblica Popolare Cinese, è di quelle che destano un filo di preoccupazione. Davvero pensano che un decreto servirà a qualcosa?
Ieri la Gapp ha annunciato che «parole e abbreviazioni straniere saranno vietate a tutte le pubblicazioni cinesi per salvaguardare la purezza della lingua locale». Proprio così, la purezza. Le parole straniere, rincara poi il decreto, «turbano l'altrimenti sano e armonioso ambiente culturale». Di conseguenza viene «fatto divieto di introdurre termini stranieri come parole o abbreviazioni in inglese nelle pubblicazioni in cinese e di creare termini che non sono né cinesi né stranieri e il cui significato non è chiaro».
È vero che cool («fico!») lo si sente spesso per strada sulla bocca dei giovani cinesi e che i commercialisti internazionali hanno introdotto abbreviazioni come Cpi (Consumer Price Index, indice dei prezzi al consumo) o Gdp (Gross Domestic Product, il nostro Prodotto interno lordo). Per non dire di quello che ha combinato internet, dove spopola il chinglish. Dong Sheran, professore all'Università di Pechino, ha però comunicato al Global Times un giudizio critico sul decreto: «Le parole nuove arrivano così in fretta che non si fa a tempo tradurle. La comunicazione globale non è un linguaggio chiuso alle parole straniere». Sta di fatto che l'imputato è quello di sempre: l'inglese.
Già qualcuno lo odiava. Molti ricorderanno nel 2001 l'"Alleanza contro l'inglese" promossa da Jacques Chirac. Fast food? Piuttosto consummation rapide. Computer? Piuttosto ordinateur. L'importante era non farsi colonizzare dagli anglofoni. Contro il suo stesso ministro dell'istruzione Jack Lang, Chirac lanciò una campagna per arginare «l'anglobalizzazione del linguaggio comune». Non bastasse, è recente la polemica del governo Sarkozy contro Catherine Ashton, ministro degli Esteri della Ue, e Jerzy Buzek, presidente del Parlamento Europeo, accusati di «non parlare il francese».
In Italia non siamo mai arrivati a tali scontri istituzionali, ma la battaglia contro l'inglese o l'"itanglese" ha i suoi convinti soldati. Quando nel 2008 il Mondo prese le difese dell'inglese ("l'unica lingua usata tra due persone di nazionalità diversa quando cercano di comunicare tra loro") l'Istituto Dante Alighieri condannò il periodico e si mobilitarono le associazioni di italiani residenti all'estero, temendo per la propria identità linguisitica. Celebri, poi, le frequenti prese di posizione di scrittori come Guido Ceronetti: «Non mi rinocerontizzo nella carica sorda della neolingua dominante, no. Se i vostri figli si mostrano svogliati nell'apprendere l'inglese dei Tutti, favorite questa loro simpatica inclinazione. Incoraggiateli col mio esempio di antianglofono refrattario!»
«In realtà - ci dice Valeria Della Valle, professoressa di linguistica alla Sapienza di Roma e autrice, insieme a Giuseppe Patota, di svariati long-seller sull'italiano - tutti gli interventi sulla lingua sono artificiali e non hanno successo. Già nel Settecento Melchiorre Cesarotti scriveva che non esistono lingue pure o impure. Non ha senso che lo Stato decida a proposito. Da noi l'ultima politica linguistica risale al fascismo, poi, per fortuna, più nulla. E se guardiamo ai numeri delle parole inglesi che contaminano sul serio l'italiano, c'è più fumo che arrosto».