Il pellegrinaggio alla Mecca fra mito e contraddizioni

Un evento fondamentale della spiritualità islamica rischia di essere stravolto nei suoi significati

Quanto i 350 morti al pellegrinaggio di quest’anno alla Mecca insieme alle vittime del crollo di un albergo nella stessa città santa dell’islam di qualche giorno prima possano scalfire l’immaginario di un islam compatto, potentemente organizzato e lanciato verso quello scontro di civiltà agognato dagli estremisti? Eppure la fragilità ormai ricorrente del sistema del pellegrinaggio e le sue contraddizioni – dal 1980 ad oggi è una costante catena di incidenti - evoca la necessità di una riflessione appropriata nel mondo islamico.
Impreparazione dei fedeli o inadeguatezza delle strutture? Non sono molti i libri sull’argomento in lingua italiana a parte il classico di Hurgronje Pellegrinaggio alla Mecca (Einaudi) o quello di Slimane Zeghidour La Mecca da Maometto alla fine del XX secolo (Bur) e quello più recente di Abdellah Hammoudi Una stagione alla Mecca (Bompiani). La sempre asserita «asciuttezza» del culto islamico urta contro le differenti sequenze dei vari riti del pellegrinaggio: il tawaf, i sette giri intorno alla Kaaba, le formule rituali da pronunciare, pietra nera sì, pietra nera no, il percorso fra le due colline di Safa e Marwa. L’accamparsi a Mina, la marcia verso Arafat e la lapidazione simbolica del demonio, il Jammarat con sette sassolini alla volta. La crescita esponenziale negli ultimi decenni dell’haji, rito che - è bene ricordarlo - concentra invece in soli dieci giorni quasi tre milioni di fedeli in qualche chilometro quadrato e che lo rende il più grande pellegrinaggio planetario, ha finito per ripercuotersi inevitabilmente sul suo significato, demolendo via via rapidamente le più radicate convinzioni sul ruolo delle religioni nelle società moderne.
Tanto più in particolare per quella islamica e difatti di fronte a cosi grandi numeri si coglie il disorientamento per uno «stravolgimento dello spirito del pellegrinaggio» come ha dichiarato Alberto Ventura, docente di islamistica all’Orientale di Napoli. Di quel che accade annualmente alla Mecca se ne può avere un’idea, tenendo a mente quei milioni di uomini e donne venuti a Roma in occasione della morte di Giovanni Paolo II, per rendergli l’estremo omaggio. Eppure la prova di mobilitazione della Città eterna dovette essere totale e fu straordinaria.
Per la Oxford University press è stato pubblicato alla fine del 2004 Guests of God di Robert Bianchi: l’autore, un musulmano americano dalle chiare origini italiane, dipinge un quadro completo del pellegrinaggio islamico, non solo attraverso una circostanziata ricognizione delle cifre, Paese per Paese, e di ciò che vi ruota intorno, ma soprattutto decostruisce ciò che sui suoi ideali e sulle sue aspettative si è stratificato. Pur stupefatto della «magia» dei pellegrini e proprio perché nell’era del digitale e dei trasporti di massa l’haji costituisce la massima espressione dell’unità e dell’eguaglianza dei credenti, Bianchi disvela nitidamente tutte le critiche e le inefficienze del sistema: dal regolamento dei visti tesi a stabilire le quote d’ingresso, a quanto spesso, al di là della sua nobiltà, sia finito per diventare uno status symbol, mezzo per coltivare rapporti privilegiati, ruolo sociale di guide specializzate, business per le agenzie di viaggio del prosperoso mercato del turismo religioso.
Viene delineato una sorta di paradigma del senso del pellegrinaggio attraverso tre figure intellettuali Iqbal, il riformatore indiano, Sharaiti il sociologo della rivoluzione iraniana ed Arkoun. Tuttavia ci lancia un segnale fiducioso poiché, conclude, quanto più questa massiccia «assemblea spirituale», pare consentire una fusione tra religione e politica, è altrettanto evidente che chiunque - istituzioni religiose e politiche - abbia cercato di controllare o di strumentalizzare il pellegrinaggio o l’islam in generale, ha in effetti sempre finito per perderne il controllo.