Un pellegrino fra le pietre miliari dei suoi versi

Le chiese della Svizzera tedesca, Paese a maggioranza protestante, sono prive di altari votivi, ma forse nei cuori elvetici si cela un desiderio represso di venerazione, se uno scrittore come Robert Walser è stato trasformato in una sorta di santo laico. A Berna si organizzano visite guidate alle mansarde in cui visse e nei caffè che frequentò, dove sono appesi suoi ritratti e fac simile dei «microgrammi», prose e poesie scritte in grafia minutissima negli spazi bianchi di fogli a stampa, la cui decrittazione non è meno laboriosa di quella dei codici cifrati. Da parte sua, Walser si è disegnato una biografia che pare fatta apposta per rendere lui una figura di culto e trasformare i suoi lettori in adepti: una vita di continue peregrinazioni, spostamenti a piedi da una città all’altra, periodi vuoti di notizie e documenti, quasi cancellazioni di un’identità. È la storia di un’anima scacciata da se stessa, di una latente, e infine conclamata, follia.
Robert Walser nasce nel 1878 a Biel-Bienne, nel Cantone di Berna. A 30 anni ha già scritto gran parte della sua produzione poetica e tre romanzi (I fratelli Tanner, L’assistente e Jakob von Gunten) che sono tra le opere più notevoli della letteratura in lingua tedesca del ’900. Tra i pochi che si accorsero subito della sua grandezza, Walter Benjamin, Franz Kafka e Robert Musil che nel 1914 scrisse: «Kafka è un caso particolare del tipo Walser». Nella sua opera è centrale il personaggio dell’«inetto», del «balordo», la cui ironica autodenigrazione fa risaltare per contrasto la vacuità di coloro che detengono il potere. Difficile sottrarsi alla tentazione di leggere l’autore dietro i suoi personaggi.
A 50 anni Walser viene internato in manicomio a Berna, e quattro anni dopo trasferito nella clinica psichiatrica di Herisau, dove morirà senza più scrivere niente. Resta anche il dubbio se la sua fu vera follia o non invece, come scrisse, «il miglior pretesto per scomparire il più discretamente possibile». L’immagine della sua morte, fissata in una celebre fotografia, è di una coerenza esemplare con il personaggio: solo, il giorno di Natale del 1956, durante una passeggiata fuori dal manicomio, Walser si accascia sulla neve. Il suo cappello nero rotola poco più avanti.