La pena di morte

I cinesi, a differenza d’altri popoli, hanno almeno una settantina di buone ragioni per finire sul patibolo. L’esemplare numero di reati per cui è prevista la pena capitale emerge dalla consultazione del codice penale del 1997 che sancisce la pena di morte anche per la corruzione e il gioco d’azzardo. Capire quante siano effettivamente le esecuzioni portate a termine ogni anno è invece molto più difficile. Insomma sappiamo con certezza che si può venir spediti al patibolo anche per una partite di carte, ma non sappiamo quanti temerari giocatori clandestini si ritrovino costretti a pagare il proiettile usato per la loro eliminazione. Il numero delle condanne a morte è in effetti uno dei segreti di stato meglio custoditi da Pechino. Le circa 1.010 esecuzione portate a termine nel 2006 secondo le cifre ufficiali sono ben poca cosa rispetto alle circa 8.000 elencate per lo stesso anno da Amnesty International.
Le buone ragioni di tanta segretezza sono quanto mai evidenti e chiare. La prima buona ragione è il tentativo di non offrire troppi appigli alle organizzazioni umanitarie internazionali come Amnesty International o Nessuno tocchi Caino impegnate ogni anno a denunciare l’indiscriminato utilizzo della pena di morte. Il secondo motivo è la mancanza, vista la diffusione della pratica, di un registro unico dei condannati. Fino al 2006 qualsiasi tribunale provinciale poteva comminare e metter in pratica una condanna capitale affidandone l’esecuzione a un reparto dell’Esercito del popolo. Soltanto nel 2007 le autorità hanno introdotto la ratifica da parte di una Corte centrale incaricata di esaminare ciascuna sentenza di morte. Questa nuova procedura non aiuta, tuttavia, a rendere più trasparenti i dati. Amnesty International stima, infatti, in almeno 10mila le possibili esecuzioni per l’anno in corso. L’elemento più raccapricciante sono i metodi sbrigativi usati per gran parte delle esecuzioni. Nonostante l’introduzione nel 1997 dell’iniezione letale gran parte delle condanne viene portata a termine con un singolo colpo di fucile alla nuca che di fatto disintegra il cervello. Nel caso dell’iniezione si utilizza spesso una sorta di «camper della morte» dove la pratica viene portata a termine con la stessa noncuranza dedicata un prelievo di sangue.