Il pendolare ribelle ha sempre ragione

Piero Fassino ha scelto una radio privata per fornire una «lectio magistralis» sull’arte di governo. Viene interrogato su un blocco ferroviario appena avviato su una linea ferroviaria del Nord da parte di un gruppo di pendolari e il segretario dei Ds, aspirante ministro, sentenzia: «Hanno ragione i pendolari».
Fassino non esprime, come avremmo fatto voi e io, comprensione per i pendolari, non ricorda la loro esasperazione per i disservizi sulle linee ferroviarie. No, si limita a enunciare una verità e un principio assoluti, i pendolari hanno ragione. Aggiunge, a spiegare la sua tesi, che «i treni sono essenziali, sono lo strumento con cui milioni di persone vanno a lavorare».
L’idea che bloccare le ferrovie significa per l’appunto anche impedire a milioni di persone di usare i treni, per andare a lavorare, per andare a scuola o per farsi i fatti loro, non sfiora il segretario dei Ds.
C’è, in un atteggiamento illogico, una logica che è più forte, perché più profonda. Esiste, sì, la comunità dei viaggiatori, quella per così dire indifferenziata, che troppo spesso, con i suoi diritti è alla mercè della volontà, o dei diritti altrui. Per Fassino, però, scatta una sorta di automatismo per il quale dalla comunità generale, quella dei cittadini e utenti emerge una comunità più ristretta, ma per così dire consacrata, eletta, dal fatto di partecipare a una lotta, di esprimere un diritto collettivo e degna per questo di maggiore considerazione.
Siamo dinanzi a una parcellizzazione dei diritti che da qualche tempo attanaglia la nostra società. Si pensi, quale unico esempio fra tanti, il blocco imposto nella Val di Susa alla costruzione di un piccolo tratto della Tav, della ferrovia veloce che dovrebbe congiungere l’Atlantico all’Ucraina, e alla quale il governo di centrosinistra a suo tempo, quello attuale, insieme a tutti i governi interessati europei, annettono grande importanza.
È bastata l’opposizione di una parte dei valligiani, si quali danno man forte aiuti esterni, ecologisti, no-global e simili, ad impedire fin qui l’apertura dei cantieri. Un interesse generale, europeo, nazionale, viene messo in scacco dalla opposizione motivata da timori locali, o da volontà politiche esterne, nonostante le ragioni che militano a favore dell’opera, e la gracilità delle ragioni contrarie.
È un fenomeno noto nel resto nel mondo, gli anglosassoni lo citano con un acronimo, il nimby, che sta per Not in my backyard, non nei pressi del mio giardino. In nome di un simile principio ogni opera di interesse pubblico, da noi la Tav, o una ferrovia, un inceneritore o una bretella autostradale volta a snellire il traffico possono essere ostacolati, o fermati.
Insospettisce in Italia, ove non siamo innocenti come gli anglosassoni, che alle ragioni di piccole comunità locali si aggiungano altre ragioni, politiche, che a sostenerle si mobilitino gruppi estremi che si organizzano come per una battaglia sul territorio destinata a vanificare poteri politici, espressioni di una volontà più generale, nonché istituzioni nazionali e sovranazionali, come è nel caso delle grandi opere destinate ad accrescere l’efficienza generale. La radice è anche in quel pregiudizio favorevole alla protesta che alligna in coloro che pure si preparano a governare.
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