Il pensatore della «metafora viva» che sfidava le parole

Il linguaggio non è solo una forma di comunicazione ma «reinventa» il mondo

È morto il filosofo della «metafora viva». Così, nel 1975, il maestro francese intitolava il saggio che apriva la stagione più matura della sua riflessione. Sviluppando l’idea della vitalità dell’antica figura retorica che rendeva i parlanti capaci di immaginare e reinventare il mondo, avrebbe restituito vigore al linguaggio tutto. Ed esteso, di lì a poco, al discorso, alla narrazione, al «racconto» la facoltà di configurare il tempo, stringere in abbraccio reciproco il pensiero e l’esistenza. È la tesi di fondo del trittico Temps et récit (1983-85), seguito a La métaphore vive: capolavoro di un pensatore che evidentemente non giocava con le parole. Anzi, alle parole che mostravano fatalmente la loro natura artificiosa aveva lanciato l’unica possibile Sfida semiologica (1974) per rimetterle in gioco come potenti strumenti simbolici.
Se, insomma perfino i tropi «decorativi» della retorica e le escogitazioni della prosa narrativa, affondano una radice vitale nell’essere, non era ammesso, secondo Ricoeur, considerare il linguaggio come un semplice strumento di comunicazione. A questa conclusione, il filosofo era giunto in fecondo dialogo con i protagonisti del pensiero del suo tempo: mettendo a frutto la linguistica di Jakobson, le rivelazioni psicologiche di Freud e Laçan, le tesi dell’ermeneutica di Gadamer, il metodo della fenomenologia husserliana, l’esistenzialismo di Jaspers corretto dall’analitica esistenziale di Heidegger. Come dire i maggiori teorici di un’ontologia del pensiero finito. Non fu dunque solo il dramma della morte del figlio Olivier, suicida a Londra nell’86, a permettergli di «bucare» la maschera delle forme per attingere quella dimensione cui, in una visione «retorica» della lingua e del pensiero, le espressioni comunicative sembrano fare schermo.
L’idea di un pensiero vivo e mortale, segnato da Finitezza e colpa (’60) e perciò tanto più aperto alla ricezione del simbolo e del sacro corrispondeva per il filosofo al tratto essenziale della condizione umana, e trovò per lui una decisiva ispirazione cristiana. Fino al grande affresco senile di La memoria, la storia, l’oblio (2003) Ricoeur non perse mai di vista il senso di una ricerca della verità fatalmente segnata dala fallibilità. Non fosse che per questa intuizione, dell’intera sua opera di pensiero andrebbe conservata memoria e perpetuata la storia: senza obliarla.