Percezioni immaginarie

Un tempo avevamo l’Argan e, in subordine, l’Adorno, oppure il trio Bertelli-Briganti-Giuliano. Generazioni di liceali si sono formate su severi manuali di storia dell’arte dove i compilatori rivelavano la loro personale visione del mondo, specchio di passioni e preferenze, odii e idiosincrasie. All’agile libriccino Ultime tendenze nell’arte d’oggi, pubblicato da Gillo Dorfles nel 1961 e riaggiornato periodicamente, hanno fatto ricorso tutti quelli che volevano saperne di più sul contemporaneo, dall’Informale ai giorni nostri, paradossale nella sua veste editoriale che privilegia lo scritto imitando le figure a poche tavole.
Nonostante venga considerato un modello superato, non c’è studioso che non sia stato tentato da sindrome manualistica. Ci hanno provato Renato Barilli, Achille Bonito Oliva (autonominatosi unico discepolo autorizzato di Argan), Angela Vettese (sicurissima nel suo Capire l’arte contemporanea) e Francesco Poli (che vuole spiegare come funziona il mercato senza capirci un granché), tutti concepiti per lo studente medio a digiuno di nozioni storiche, ma nessuno così autosufficiente da tentare un approccio innovativo.
Alla tentazione non ha resistito il curatore fiorentino-americano Francesco Bonami, già autore di tre perfidi libelli sul «contemporaneo», scritti con verve umoristica e sagace, dallo stile flaianesco e piacevolmente superficiali. Bonami non è figlio del culturame marxista imposto nella scuola italiana, se ne frega dell’assenza di teoria che gli viene rinfacciata e utilizza l’arte come un efficace strumento di comunicazione. Eccolo dunque dare alle stampe il «suo» manuale, incentrato finalmente sulle immagini, anzi su «incontri inaspettati» tra figure di diversa origine ma che viaggiano insieme per assonanza o contraddizione. Il testo è ridotto allo stretto necessario e i commenti sembrano didascalie da rivista illustrata. Di certo i colleghi storici, non potranno che inorridire, ma la scelta di spiegare l’arte attraverso 250 immagini spesso non consequenziali affonda le radici metodologiche in un illustre concittadino di Bonami, ovvero quel Roberto Longhi strenuo difensore del riconoscimento. Nei suoi corsi universitari il grande storico era solito presentare un piccolo particolare di un’opera, spesso minore, che gli allievi dovevano decodificare osservandolo con attenzione microscopica. Inutile piegarsi su pagine di testo se non si avesse dimestichezza con l’immagine.
Dal Partenone al panettone (Electa, pagg. 251. euro 29), che parte dal tempio greco del V secolo a.C. e arriva all’Igloo di Mario Merz del 1968, combina raffronti davvero curiosi con altri più plausibili. I marmi di Canova fanno da pendant a quelli di Jeff Koons, mentre lo scandaloso Origine del mondo di Courbet viene ripreso alla lettera nell’Etant Donnez di Duchamp. Se è vero che un autoritratto grottesco della fotografa Cindy Sherman sembra tratto dalle Demoiselles d’Avignon di Picasso, la disperazione dell’urlo trasmigra da Munch ai bambini di guerra in Vietnam a Jason Leigh sotto la doccia in Psycho. Dall’arte alla cronaca, dalla cronaca all’arte, e allora la Zattera della Medusa di Géricault non evoca forse un barcone di clandestini dei tempi nostri? E la posa del cadavere di Che Guevara non ha qualcosa del Cristo Morto del Mantegna?
Con questo libro provocatorio e intelligente, Bonami sembra contraddire il suo curriculum vitae di iperspecializzato nel presente, affermando che il contemporaneo non esiste o quantomeno è una categoria fittizia, poiché la forza delle immagini è fondamentalmente atemporale, qualunque sia la sua origine.

Dal Partenone al panettone (Electa) di Francesco Bonami sarà presentato martedì 23 novembre alle 18 al Circolo dei lettori di Torino (Palazzo Graneri della Roccia).