Perché la Brexit può fare scoppiare un altro conflitto in Irlanda del Nord

La paventata chiusura dei confini con l'Eire alza la tensione interna. Viaggio fra i gruppi estremisti che già scaldano i muscoli e si preparano allo scontro. A meno che Londra...

Belfast Al calare della sera, due uomini senza divisa mandati dal Department of Justice si affacciano su North Howard Street, nel settore nord-ovest di Belfast, e chiudono il grande cancello. Rumore sordo di metallo. Capannoni di qua, case popolari di là. La scena si ripete ogni notte; il cancello riaprirà all'alba, quando il pericolo di regolamenti di conti si affievolirà. Da questo momento, il muro è chiuso. Lo chiamano the peace wall, ma è esattamente il suo contrario. Perché questo muro nella capitale dell'Ulster separa cattolici e protestanti: muro ben più alto e più solido della fragile pace che dovrebbe tutelare, e che oggi vacilla sotto l'onda del mutamento epocale chiamato Brexit.

L'Europa, si sa, non sarà più la stessa quando il referendum del giugno 2016 avrà del tutto compiuto i suoi effetti, e la Gran Bretagna sarà fuori dell'Unione. Ma qui in Ulster, dove è scorso l'ultimo sangue di una guerra fra europei, la Brexit agita paure ben più concrete e immediate. Odi secolari e lutti recenti covano sotto la cenere pronti a riesplodere in fiamme.

Il «muro della pace» separa Shankill dai Falls: protestanti da cattolici. Sono entrambi quartieri poveri, piccole e tristi case da working class, perché - come spesso accade - è chi meno possiede ad aggrapparsi con più foga ai valori che tengono a galla, alle identità che danno un senso alla durezza della vita quotidiana. In centro città, tra i palazzi edoardiani di Great Victoria Street, il conflitto che ha insanguinato questo paese suona remoto, e il sabato uomini in smoking e fanciulle giunoniche consumano senza barriere il rito della sera di festa. Ma qui, nelle periferie, bandiere e murales marcano il territorio. Da una parte del muro l'Union Jack, dall'altra il tricolore. Di qua i ritratti di Bobby Sands e dei Provisionals, di là i lealisti incappucciati dell'Ulster Volunteer Force brandiscono dalle pareti delle case i loro kalashnikov.

Sono passati vent'anni dal Good Friday Agreement, l'accordo che mise fine al conflitto nordirlandese, e con esso alle speranze cattoliche di lasciare il giogo di Londra. Le armi, come previsto dall'accordo, sono state riconsegnate un po' per volta, da entrambe le fazioni: ma quante pistole, quanti AK47 sono nascosti ancora nei mille fienili delle dolci campagne tra il mare d'Irlanda e l'oceano? Quanti padri, fratelli, figli dei milleseicento caduti considerano sospesa, e non chiusa, la partita?

Di muri come quello di North Howard Street ce n'erano centodieci, in tutto l'Ulster. Due anni fa, demolirono quello di Crumlin Road: doveva essere l'inizio dello smantellamento generale. E invece il clima è cambiato così bruscamente che di abbattere i muri non si parla più, erano 110, adesso sono 109: e 109 resteranno chissà per quanto tempo. Soprattutto se, come appare inevitabile, a sud di Belfast e Londonderry si prepara a sorgere un muro ben più drammatico: la frontiera che separerà non solo l'Ulster dall'Eire ma la Gran Bretagna dall'Europa. Quando la Brexit - hard o soft che sia - diverrà fatto compiuto, gli unici confini terrestri dell'impero britannico passeranno per queste strade: 310 miglia di frontiera, 275 punti di passaggio tra i territori di Sua maestà e il resto del mondo. Punti di cui oggi non si coglie nemmeno l'esistenza: scendendo lungo l'autostrada A1 verso Dublino, il confine è poco dopo Loughodge, ma ce ne si accorge solo dai cartelli stradali, che cambiano i limiti di velocità dalle miglia ai chilometri. Per il resto: stessi paesaggi, stesse facce, stessi accenti. E un odio secolare che scorre.

Poteva e doveva essere un rancore destinato a diluirsi nel tempo, con lo scorrere delle generazioni, mentre l'edera si arrampicava su quel che resta dei posti di confine. I cattolici dell'Ulster si sarebbero un po' per volta rassegnati o almeno abituati a essere sudditi di Sua maestà ma anche cittadini di un'Europa senza frontiere. Questo, almeno, era lo spirito dell'accordo del '98. Invece è arrivata la Brexit, il ribaltone che ha sorpresa ha sancito il divorzio. E poco conta che in Ulster il 56% dei votanti abbia scelto il remain, così come poco conta che anche il 62% degli scozzesi abbia detto di volere restare in Europa. E nemmeno contano i 700mila che il 23 ottobre sono scesi per strada a Londra, nella capitale del Regno, chiedendo un ripensamento. La Brexit si farà, e insieme al resto del Regno Unito se ne andrà dall'Europa anche l'Irlanda del Nord. Che le piaccia o non le piaccia.

Visto da qui, il problema è tanto semplice quanto irrisolvibile. Quando la Gran Bretagna sarà out, una frontiera da qualche parte andrà alzata. I cattolici non sono disposti ad accettare che venga alzata a separare le due Irlande. I protestanti non accetteranno mai che una frontiera separi l'Ulster dal Regno Unito, riducendo la provincia nordirlandese al rango di un dominion d'oltremare, e nemmeno il governo di Londra è disposto a ipotizzare questa soluzione: nessuna misura dice David Davis, ministro per la Brexit, «potrà avvenire a spese dell'integrità costituzionale ed economica del Regno Unito». Quindi nessun accordo è possibile. Quindi l'esito più ovvio è che si andrà allo scontro. Poche settimane fa Patrick Kielty, popolare attore e figlio di un caduto cattolico, ha rudemente apostrofato Boris Johnson, ex sindaco di Londra e ultrà della Brexit: «Avete scoperchiato il vaso di Pandora», gli ha detto, «non sarete ricordato come il visionario che credete di essere ma come l'ignorante che ha distrutto il Regno Unito».

La frontiera ritornerà, in un modo o nell'altro. Potrà essere una frontiera tecnologica, controllata e comandata a distanza, o potrà essere un muro invasivo e opprimente, con i soldati britannici rispediti qui a presidiare in armi le frontiere. Probabilmente, sarà entrambe le cose. L'ala radicale dei cattolici preannuncia attacchi, qualunque sia la forma che il confine prenderà. Ma a fare impressione per ora, più degli estremisti dei due fronti intenti a scaldare i muscoli, è il pessimismo della gente comune, di quelli che nel progetto di pace credevano davvero, e che in questa Irlanda divisa sulla carta ma unita nei fatti affidavano alla globalizzazione i propri progetti di vita; i 30mila che ogni giorno si spostano da sud a nord senza passaporto, che pagano in euro di qua e di là, i millennials cui della religione importa poco o nulla. E che invece si trovano catapultati di colpo in un clima che tende al plumbeo.

L'aria sta cambiando, sì. «Qualche mese fa - racconta una giovane donna di Belfast - ho trovato un lavoro: ma è un lavoro per il governo britannico. Fino a poco tempo fa, ne avrei parlato con gli amici, magari avrei anche festeggiato. Invece adesso sto sul vago, non dico che a pagarmi lo stipendio sono gli inglesi. Perché ho paura che mi guarderebbero come una collaborazionista». E i collaborazionisti, nell'Ulster della guerra, spesso facevano una brutta fine.