Perché l’Italia non ha Sarkozy

La parola più diffusa nella politica francese è oggi rupture. C’è nella politica francese, altro se c’è, una rottura radicale col passato. A volerla fortemente è il ventitreesimo presidente della Repubblica, un cinquantenne di padre ungherese e madre greca, che sfugge a schedature ideologiche. Come ha scritto Alain Touraine, c’è in lui «volontà estrema di agire, intervenire, parlare, prendere decisioni». Obiettivo dichiarato: ridare slancio alla Francia, riportarla tra i grandi protagonisti internazionali.
Per la rottura col passato Sarkozy ha persino arruolato ex avversari: il socialista Kouchner, al quale ha offerto il ministero degli Esteri; un secondo socialista, Lang, con l’incarico di ridisegnare con una commissione il sistema politico francese; Strauss-Kahn, altro socialista candidato alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale. Il che gli ha guadagnato l’apprezzamento della gauche meno ideologizzata, oltre che il favore di un’opinione pubblica desiderosa di sicurezza e benessere. Con Sarkozy i francesi hanno ritrovato la fiducia di poter risolvere i problemi, che non sono pochi, come non era riuscito del tutto a Mitterrand e per niente a Chirac.
Ben altra condizione quella italiana, dove, al contrario della Francia, la rottura, profonda, c’è tra istituzioni e opinione pubblica. La sfiducia dei cittadini verso la politica è cresciuta in maniera esponenziale, raggiungendo livelli preoccupanti. Il «sistema-Italia», che più di 40 anni fa, col «miracolo economico» e una classe politica di buono spessore s’era guadagnata la stima internazionale, è precipitato. Profitti e novità se ne sono visti in questi anni nella vecchia Europa: in Inghilterra con Blair, in Germania con la Merkel, persino in Spagna con Zapatero, e ora in Francia con Sarkozy. L’Italia è finita invece in fondo alla classifica europea: ha perso importanza e non ha più ruoli chiave nella Comunità di cui fu tra i fondatori sessant’anni fa.
È una realtà, questa, difficile da contestare. L’Italia è in stato d’inferiorità rispetto ai partner principali dell’Unione, costretta da un deficit di leadership politica a sopportare richiami e censure dai vertici europei. Manca soprattutto una politica economica producente e accorta. Vi si stanno logorando economisti che fuori del governo sembravano avere qualche credito e che ora rischiano di bruciarsi del tutto col proposito di vendere l’oro della Banca d’Italia, non per ridurre il debito pubblico, come sarebbe urgente e necessario, ma per affrontare nuove spese sotto la spinta di una sinistra immatura e scriteriata.
Siamo oppressi da problemi che la politica non riesce neppure a mettere oggettivamente a fuoco, tanto meno ad affrontare con soluzioni opportune: un debito pubblico spaventoso (il 106 per cento del prodotto interno lordo); una politica sociale oberata da un welfare a rischio di esplosione (irrazionale la resistenza alla tesi che non si può andare in pensione prima dei sessant’anni); una immigrazione incontrollata che incide gravemente sulla sicurezza interna; un ceto medio impoverito (qui l’euro ha avuto certamente la sua parte negativa perché ha ridotto il potere d’acquisto dei meno abbienti) il che lo ha reso profondamente inquieto; una scuola che non ha più capacità di selezione e di formazione; una burocrazia delegata a pretendere troppe osservanze, che scoraggia ogni spirito d’iniziativa; il tutto nella cornice di una estesa cultura dell’irresponsabilità penetrata a fondo nella società italiana, sicché si vanno spegnendo le speranze che prima o poi sia possibile il risorgimento di quei valori di cui il Paese ha tanto bisogno. Due grandi malanni, infine, rendono quasi disperata la situazione italiana: una politica mediocre, caratterizzata da compromissioni e contraddizioni; una giustizia politicizzata tesa ad affermare il proprio potere in contrasto con le altre istituzioni.
L’Italia è oggi in Europa il Paese che più di ogni altro avrebbe bisogno di una rottura vera e seria col passato. Una rottura culturale innanzitutto, il che potrebbe davvero creare le condizioni per una palingenesi senza la quale appare utopia una resurrezione.