Perché non dobbiamo essere solo noi ebrei i custodi del ricordo

Non basta ricordare i campi, se poi si tace quando accusano Israele di avere provocato con la sua esistenza la tragedia palestinese

Cosa chiede un ebreo nella giornata della memoria della Shoah? Due cose fondamentali. Prima di tutto che la memoria dell’Olocausto non sia un avvenimento che riguardi soltanto gli ebrei, ma un’occasione per una riflessione universale. La memoria ottiene un risultato quando è l’umanità intera che ne discute. Anche se Israele ha costruito l’anno scorso a Yad Vashem il più moderno museo dell’Olocausto, non è sufficiente che siano i soli ebrei a visitarlo. La solitudine nel ricordo è stata l’esperienza peggiore per i sopravvissuti, soprattutto negli anni del dopoguerra, quando Primo Levi non trovava un editore per le sue memorie.
In secondo luogo la memoria ha senso quando non è soltanto un momento di riflessione legato al passato e alle vittime, ma diventa responsabilità nei confronti del tempo presente e dei vivi. Non basta ricordare i campi, se poi si tace sul malessere degli ebrei quando sentono dire che Israele è uno Stato con un peccato originale, colpevole di avere provocato con la sua esistenza la tragedia palestinese. Quello che fa male a un ebreo, non è la discussione sulla pace in Medio Oriente e sui necessari compromessi territoriali, ma il silenzio internazionale sulla richiesta araba del ritorno dei profughi palestinesi in Israele. È un argomento raffinato per chiedere la fine dello Stato ebraico, senza esplicitamente pronunciare la parola distruzione. Israele insomma supererebbe la sua colpa negando se stesso e consegnando le proprie case ai palestinesi. È come dire a un ebreo israeliano che per vivere tranquillamente deve rinunciare alla sua identità.
E il filosofo Zvetan Todorov si spinge oltre. Sostiene che la memoria della Shoah si svilisce quando non ci spinge a ragionare in tutti i casi in cui uno Stato teorizza la distruzione di esseri umani. La Shoah è per lui come una lente di ingrandimento, che ci deve abituare a una sensibilità più attenta a ogni forma di genocidio in atto o di pulizia etnica o sociale. Per questo ha esaltato in Francia la figura esemplare di David Rousset, che nel dopoguerra, sopravvissuto a Mauthausen e diventato uno dei primi intellettuali a scrivere sui campi nazisti, ha sentito su di sé la responsabilità di occuparsi dei gulag. «Io che sono sopravvissuto sento il dovere di ricordare i morti, ma anche di impedire con tutte le mie forze che la distruzione dell’uomo si ripeta ovunque. Ecco perché denuncio i campi sovietici».
È diventata universale la memoria della Shoah? Una cosa non viene mai detta in Italia. Il totalitarismo sovietico ha impedito fino alla sua caduta che nei Paesi dell’Europa orientale, dove il numero delle vittime è stato più alto, il ricordo della Shoah diventasse un discorso pubblico. Agli ebrei in quei Paesi era vietato ricordare, perché non si doveva affermare l’identità delle vittime delle camere a gas. I regimi dell’Est parlavano genericamente di vittime del capitalismo e non volevano che una riflessione sulla Shoah portasse quelle società a interrogarsi sui campi comunisti che replicavano, sia pure con metodi diversi, l’esperienza concentrazionaria nazista. La memoria di un male avrebbe richiamato alla memoria un altro male, quello che colpiva i “nemici del popolo”.
Contro questo negazionismo comunista si sono battuti tre grandi intellettuali che meriterebbero di essere ricordati accanto a Primo Levi: l’ebreo Vasilji Grosmann, che invano cercò di pubblicare in Russia un «libro nero» sulla persecuzione degli ebrei sovietici e che nel romanzo Vita e destino ragionò per primo in Unione Sovietica sulla somiglianza tra i due regimi e per questo pagò un duro prezzo; l’ungherese Itsvan Bibo, che nel 1948 fu isolato dai comunisti per avere chiamato la società ungherese a una purificazione morale. «I nazisti - scrisse in un testo censurato - hanno condotto gli ebrei nei campi, ma anche noi ne siamo responsabili perché abbiamo approvato le leggi razziali e li abbiamo consegnati ai nazisti e non abbiamo avuto compassione per la loro sorte»; e infine il polacco Jan Blonski, che in un polemico articolo apparso l’11 aprile 1987 su Tygodnik Powszechny, con un coraggio che fino allora nessun intellettuale polacco aveva avuto, mise sotto accusa l’indifferenza della società nei confronti della Shoah e della sua memoria. «Se noi nel passato ci fossimo comportati più saggiamente, più nobilmente, più da cristiani, il genocidio sarebbe stato probabilmente meno pensabile, sarebbe stato più difficile da realizzare, e certo avrebbe incontrato maggior resistenza. In altre parole la società che fu testimone dell’Olocausto non sarebbe stata affetta da indifferenza e dalla paralisi morale». Proprio la consapevolezza di questo negazionismo dovrebbe richiamarci a valutare il fenomeno della rimozione che attraversa parte del mondo arabo e musulmano. L’Iran è la punta di un iceberg. Ancora una volta è in gioco l’universalità della memoria della Shoah.
*Presidente del Comitato
per la Foresta dei Giusti