Perché ormai tutti si dicono liberali

Raccolti gli scritti di Sergio Ricossa su un pensiero molto «di moda»

Perché raccogliere gli scritti di Sergio Ricossa, un economista liberale, liberista e libertario? Per un motivo semplice: chiarire cosa significhi essere liberale, oggi, rifacendoci a un economista, maestro indiscusso e testimone coerente di questo pensiero. Essendo divenuto il richiamo al pensiero liberale piuttosto di moda, esso è usato, spesso abusato, da appartenenti a varie parti politiche, sia di destra sia di sinistra. Questo avviene ancora di più se la discussione si sposta in ambito economico dove la riflessione e la pratica si sono dovute, quasi obbligatoriamente, incamminare all’interno di alcuni dei sentieri che, da sempre, aveva indicato la scuola liberale, soprattutto dopo l’adesione di vari Paesi europei al Trattato di Maastricht. Perché tutto questo? Siamo sicuri che questo richiamo alla prospettiva liberale sia frutto di una convinzione circa la prospettiva indicata da questo pensiero? Oppure è una «conversione» indotta dalla storia degli ultimi decenni dello scorso secolo? Non è che, oggi, in molti fanno professione di liberalismo semplicemente perché tutti gli altri modelli, almeno dal punto di vista della tenuta e della finanza pubblica, sono falliti?
Secondo noi la situazione nella quale ci troviamo è esattamente questa. Il richiamo al liberalismo coincide con l’obbligo di un restringimento della spesa pubblica e un arretramento dello Stato dalla vita economica. Tutto questo è contenuto nella dottrina liberale ma come conseguenza di un pensiero ben più ampio e articolato, anche solo in materia economica.
Dove affondano le radici di questa situazione che si è venuta a creare? Per capirlo dobbiamo fare un minimo di storia del welfare state fino a Maastricht. Vediamo di spiegarci. Lo Stato sociale nasce in concomitanza con lo sviluppo del capitalismo e delle rivoluzioni industriali. Consiste, al suo inizio, in una serie di misure atte a rendere la vita dei lavoratori delle prime fabbriche più sicura. Questa tutela prende, grossomodo, all’inizio la forma di quelle che oggi chiameremmo assicurazioni contro gli infortuni. Per lungo tempo si sviluppa attorno a questo oggetto principale.
Poi, con il tempo, si hanno i primi piani organici di tutela sociale. La spesa pubblica destinata a scopi sociali viene, comunque, regolata attraverso il rispetto di un vincolo: il principio di pareggio del bilancio. Non si spende più di quanto non si abbia a disposizione non potendo comunque ricorrere a nessuna forma di prestito e, quindi, d’indebitamento pubblico. A un certo punto questo vincolo viene infranto da John Maynard Keynes. In un momento difficile per l’economia inglese Keynes ritenne che la migliore via d’uscita da questa situazione stagnante sia dal lato dei prezzi sia da quello dei salari, fosse quella di alimentare in qualche modo la domanda, cioè la richiesta di merci da parte dei consumatori. Come era possibile se non mettendo, in qualche modo, dei soldi in tasca ai consumatori (cittadini) stessi? Keynes propose di rompere il vincolo di bilancio e, in questo modo, trovare risorse che potessero riattivare la domanda: attraverso la concessione ai cittadini di aiuti di tipo sociale o attraverso alcune spese pubbliche che comunque generassero maggiore occupazione e, quindi, maggiore reddito e, di conseguenza, maggiori spese da parte dei consumatori contribuendo così a far ripartire un ciclo economico positivo. In questo modo, come ha sottolineato anni fa l’economista Franco Romani, «il ruolo dello Stato diviene di conseguenza di enorme importanza per il funzionamento del sistema economico». Si ha a che fare con uno Stato che ha eliminato il vincolo del pareggio di bilancio e «soprattutto nei regimi democratici questo fatto contribuì a un’enorme espansione della sfera pubblica» \.
Tornando alla questione sui perché delle affrettate conversioni alla prospettiva liberale, appare chiaro che ciò è legato alla necessità di ricorrere a essa come possibile, forse unico, rimedio al fallimento delle prospettive avverse alla prospettiva liberale stessa, dopo il loro fallimento. I conti della finanza pubblica, la loro insostenibilità per i livelli raggiunti dal debito, hanno richiesto un ripensamento generale del ruolo dello Stato nell’economia e delle funzioni dello Stato stesso in vari ambiti, compreso quello sociale o del welfare che dir si voglia. Dunque una «scelta» liberale forzosa, certamente non derivante da una convinzione di fondo della sua bontà ma indotta dall’insuccesso di una pratica che la contraddiceva.
Dal fallimento della «ricetta» a lei opposta rinasce questo «dirsi liberali» che, considerando appunto la sua origine contingente, rimane più un «dirsi» liberali che un «essere» autenticamente liberali.