Perde il lavoro e si dà fuoco. Come suo padre

Il gesto di Riccardo, 20 anni, operaio, dopo aver ricevuto due lettere di richiamo per molestie a una collega: è in fin di vita. Undici anni fa suo padre aveva fatto lo stesso gesto

Torino - Riccardo La Mantia aveva solo 9 anni quando suo padre Giovanni si presentò nell'ufficio del sindaco di Caltagirone, la cittadina siciliana dove vivevano e dove l’uomo si cosparse di benzina e si diede fuoco. Era disoccupato e aveva moglie e quattro figli da mantenere. Era il 1997. Undici anni dopo, Riccardo, oggi ventenne, ha fatto la stessa cosa di fronte alla fabbrica di commutatori elettrici in cui lavora da due anni. Il suo titolare Beppe Palazzo gli aveva appena consegnato due lettere di richiamo e per Riccardo tutto ciò rappresentava l'anticamera della disoccupazione. Adesso sta lottando tra la vita e la morte all'ospedale Cto di Torino: ha ustioni di secondo e terzo grado sul 90 per cento del corpo e le speranze di salvezza sono ridotte al lumicino. Un gesto estremo, plateale come era stato quello di suo padre. Prima di abbandonare la fabbrica si è rivolto alla segretaria: «Guardate nella telecamera mi rivedrete presto».

L'occhio elettronico è quello di sorveglianza di fronte all'ingresso della fabbrica in via Orbetello, a pochi metri da dove Riccardo aveva parcheggiato la sua auto. E proprio a bordo della vettura l'uomo si è dato fuoco, usando la benzina. Poi, come una torcia, si è presentato all'ingresso facendo in modo che da dentro lo potessero vedere. Una scena raccapricciante.

Meno di mezz'ora prima il datore di lavoro gli aveva consegnato due lettere di richiamo: una perché «insidiava» una dipendente, sostenendo di essere innamorato; l'altra perché era solito visitare - a dire di Palazzo - durante l'orario di lavoro, siti pornografici. In quelle due pagine, scritte dal titolare di proprio pugno, si legge che allo scadere del contratto, nel 2011, questo non sarebbe stato rinnovato. «L'ho assunto due anni fa - racconta ora sconvolto l'imprenditore -. All'inizio tutto bene. Poi ha cominciato a molestare una giovane dipendente. Mi spiaceva perché era un gran lavoratore, ma ho dovuto riprenderlo più volte per il suo comportamento». Lo scorso 24 aprile Beppe Palazzo ha firmato la prima lettera di richiamo e ieri la seconda. «Non pensavo certo reagisse in quel modo - continua -. Io ho fatto ciò che era giusto per i miei dipendenti. Anche loro hanno lo stesso diritto a essere tutelati. Non sapevo nemmeno che suo padre si fosse suicidato perché non aveva un lavoro. Mi spiace, ma ho fatto ciò che era giusto». Adesso ci si domanda se il malessere del ragazzo non abbia radici più profonde. Dopo la morte del padre, la sua famiglia affrontò un periodo di difficoltà economiche. Anche la madre, Maria Cultrona, minacciò di suicidarsi, sentendosi abbandonata dalle istituzioni. Poi però venne assunta in un'azienda di telefonia di Torino, prendendo il posto del suocero. La donna respinge con forza il collegamento tra il suicidio del marito e il gesto del figlio: «Questa vicenda non c'entra nulla col passato. Il papà di Riccardo cercava un posto di lavoro, Riccardo il lavoro ce l'aveva. È il suo titolare che deve spiegare perché voleva costringerlo a licenziarsi».