Il perdono ai mostri di Erba non apre le sbarre della cella

Sul dramma di Erba sta lentamente calando il silenzio, anche se esso è destinato a restare nella memoria della gente, ben oltre i ritmi giornalistici della cronaca nera. È accaduto con Pietro Maso, Stevanin, Erika, con la banda della Uno bianca...
Ma, accanto ai fatti, nel bagaglio della memoria, resteranno scolpite anche le parole di Carlo Castagna, che ha perduto, in un solo colpo, moglie, figlia e nipote e ha corso, lui stesso, il pericolo d’essere eliminato.
«Bisogna perdonare. Non si può non perdonare». Sono le parole che ha pronunciato il giorno dopo la confessione dei “mostri”. Noi li chiamiamo brutalmente così, ma lui non sarebbe d’accordo. Da parte sua li ha definiti semplicemente colpevoli. Sfumatura sottile, perché la colpa lascia intatta la dignità della persona, pur sottolineandone l’errore.
Su queste parole di Carlo Castagna è stato difficile far convergere il consenso popolare. Soprattutto perché l’emotività ha bisogno di celebrare giudizi e sentenze catartici, anticipando l’esito dei tribunali. Ma proprio perché sgombre dai toni emotivi del rancore, le parole di questo uomo hanno marcato un solco abissale tra un sentire cristiano autentico e i toni fibrillanti dell’indignazione collettiva. S’era capito da subito che le sue parole non erano quelle di uno snob, quasi una sorta di esercitazione morale, fatta dall’alto della propria buona considerazione, per dare lezioni al mondo guardandosi allo specchio. Si era percepito immediatamente che le sue dichiarazioni, anche quelle impastate di lacrime, sgorgavano da un animo scolpito dalla Grazia.
C’era poi qualcosa di struggente in quella volontà di perdonare, vissuto in sintonia con la cultura del perdono espressa dalla moglie in quarant’anni di vicinanza d’amore. Una fedeltà morale da altezze vertiginose, che racconta una comunione divenuta «carne della stessa carne».
Dicevamo che la gente fatica a concepire il perdono davanti al consumarsi del male. È un equivoco che nasce dal credere che esso sia nemico della giustizia. Insomma, perdonare come far finta di niente, come eliminazione delle colpe e delle responsabilità, ingenua beatificazione del peccatore o masochismo autolesionista. Perdonare non è nulla di tutto questo.
Esso, da una parte, si impone come superamento della legge del taglione, evitando di rispondere al male con il male, ma soprattutto è continuare a credere che la persona che ha sbagliato possa ancora percorrere un strada di ritorno, per ripristinare quell’originale dignità, che porta inscritta in quanto creatura umana.
Non si tratta di fare sconti di pena o consentire scorciatoie sbrigative quanto ingenue. Perdona chi, per convinzioni religiose od altro, è portato a credere che lo sbaglio dell’uomo non può mai essere lo scatto definitivo d’immagine che noi poniamo sulla sua lapide, fatta innalzare mentre ancora vive. C’è in ogni errante uno spazio di ulteriorità che esige di diventare investimento di fiducia e di speranza.
Perdono sì dunque, ma dentro le logiche della giustizia. Quelle della legalità e della reclusione, del lavoro riabilitativo e dell’utilità sociale, perché la pena torni ad essere strumento che umanizza, evitando gli estremi del giustizialismo.
Il falso perdono fa male ai cristiani e soprattutto alle persone che ne sono destinatarie. Svenderlo al mercato della demagogia senza applicarne le esigenze profonde, smentisce la sua efficacia e lascia i delinquenti peggiori di prima.
brunofasani@yahoo.it