Perfide e maliziose per battere gli uomini

Da Irene di Bisanzio che accecò il figlio Costantino a Isabella di Castiglia che guidò la mano dell’Inquisizione: Valeria Palumbo racconta venti storie di astuzia e crudeltà al femminile

La donna delinquente si intitolava il libro che Cesare Lombroso pubblicò nel 1893. Un’indagine scientifica, almeno secondo i canoni dell’epoca, sulla cattiveria femminile. Lombroso vi andava ragionando sul paradosso dell’indole femminile, al tempo stesso «pietosa e crudele», materna e perfida. E, quando di perfidia si trattava, secondo lo scienziato veronese, padre della fisiognomica, non vi era dubbio che la donna eccellesse. Perché tutti gli esempi storici di crudeltà femminile, notava Lombroso, indicano che la donna tende «non tanto a distruggere il nemico quanto a infliggergli il massimo dolore, a martoriarlo a sorso a sorso e a paralizzarlo con la sofferenza». Come spiegare la tendenza? Tutto nascerebbe dalla naturale inferiorità del sesso femminile: «Perché la crudeltà è l’unica arma di offesa e di difesa di un essere debole contro il più forte. Aggiungasi anche la sensibilità minore, la maggiore impulsività e la minore inibizione, per cui la donna può meno padroneggiare gli impulsi malvagi».
Nella riflessione di Lombroso confluivano luoghi comuni misogini già diffusi nell’antica Grecia: la donna come essere per natura più spudorato, come creatura irrazionale, meno soggetta ai freni del pensiero logico e insofferente alle regole della convenienza sociale. D’altra parte Lombroso paradossalmente era un progressista: la sua convinzione che ogni forma di delinquenza fosse connessa a una vocazione innata si collegava all’idea che, proprio per questo, il criminale non andasse punito con eccessiva durezza. Egli (o ella) era innanzitutto un malato da curare. Anche la crudeltà femminile diventava comprensibile dal punto di vista di chi si trovava nella condizione di «sesso debole».
Questa idea che la cattiveria sia per la donne da un lato una forma di rivalsa e, dall’altro, quasi una necessità per affermare i propri diritti in un mondo dominato dallo strapotere maschile affiora in filigrana anche nel recente libro della giornalista Valeria Palumbo: La perfidia delle donne. Dall’antichità al ’900: venti storie di malizia, astuzia e crudeltà femminile (Sonzogno, pagg. 376, euro 17). Non a caso la stessa Palumbo, ormai infaticabile esploratrice delle presenze femminili più eccentriche nella storia antica e recente, aveva dedicato il suo libro precedente alle «donne di piacere». Perché perfidia e seduzione sarebbero appunto le due armi, opposte ma complementari, con cui il «sesso debole» ha tentato nei secoli di prendersi la sua rivincita. Certo è che, dal ritratto delle venti donne che compongono il mosaico di questo libro, i confini della perfidia femminile risultano subito sfumati. Alcune, più che cattive, forse furono soltanto molto determinate. Due di loro, addirittura, sono state proposte per la santificazione: l’imperatrice Irene di Bisanzio, già santa per la chiesa ortodossa, e Isabella di Castiglia, la persecutrice degli ebrei, dei mori e dei marrani, della cui beatificazione ancora si discute fuori e dentro le stanze vaticane.
Di sicuro Irene e Isabella non furono buone. Nell’agosto del 797 Irene fece cavare gli occhi a suo figlio Costantino per reggere da sola il timone dell’impero, prima donna a regnare sul trono di Bisanzio. E Isabella guidò la mano dell’Inquisizione spagnola con tanta fermezza che persino Papa Sisto IV, che pure ne aveva concesso l’istituzione ai re di Spagna, si sentì in dovere di protestare. Ma, d’altro canto, è difficile negare a entrambe una visione politica di ampio respiro. Irene accarezzò il progetto di un matrimonio con Carlo Magno che avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. Isabella cacciò per sempre i musulmani al di là del mare, oltre a concedere a quel bizzarro navigatore genovese le tre caravelle che pretendeva.
Altre, fra le donne ritratte da Valeria Palumbo, furono forse altrettanto cattive ma meno ispirate. Bigotta e ottusamente reazionaria la moglie di Francisco Franco, Carmen Polo. Esagitata e piena di risentimenti la moglie di Mao Tze Tung, Jiang Quing, che invocava il campo di lavoro per i registi non abbastanza rivoluzionari e poi si svagava vedendo per la centesima volta Via col vento. Di Elizabeth Nietzsche, antisemita e ammiratrice di Hitler, poi, aveva parlato già il fratello Friedrich, denunciandone «l’incalcolabile volgarità degli istinti». Queste, rispetto a quelle antiche, erano in fondo piccole donne. Meglio, molto meglio, Olimpia Pamphilj, la donna che faceva e disfaceva i Papi nella Roma del Seicento. La sua fama era tanto fosca che ancora oggi secondo la leggenda romana il suo fantasma, ogni anno, il 7 gennaio, attraverserebbe in carrozza Ponte Sisto. Eppure Donna Olimpia ebbe tra l’altro il merito, non trascurabile, di sostenere un artista che le si era affidato anima e corpo, Gian Lorenzo Bernini.
Come negare il fascino della perfidia femminile? Pochi anni prima che Lombroso strologasse sulla donna criminale, uno scrittore inscenava il seguente dialogo: «Più la donna tratterà male l’uomo, giocando con lui malvagiamente e senza misericordia, più lo infiammerà e ne sarà amata, venerata. È stato sempre così, dai tempi di Elena e Dalila sino a Caterina II e Lola Montez», disse Wanda. «Non lo nego: per l’uomo non c’è nulla di più seducente dell’immagine di una bella, voluttuosa e crudele tiranna che avvicenda i suoi favoriti a seconda del proprio capriccio con superba noncuranza», confermò Severin. Il dialogo è tratto da Venere in pelliccia (1870) del barone Leopold von Sacher-Masoch, eroe eponimo del masochismo.