La pericolosa favola delle fonti «miracolose»

E l’opzione nucleare resta comunque l’unica competitiva su vasta scala

Una strategia globale della produzione di energia è essenziale per lo sviluppo socio-economico. Le Nazioni Unite hanno a suo tempo introdotto un indice della «qualità della vita» (o grado di benessere): l’Hdi (Human Development Index) basato su tre indicatori: longevità (attesa di vita); livello di istruzione (alfabetizzazione); standard di vita (rapporto Pil/abitante).
Lo studio effettuato su 60 Paesi (90 per cento della popolazione mondiale) mostra una forte correlazione tra Hdi e consumo di elettricità. Si osservi che la media dei consumi elettrici mondiali corrisponde a una potenza assorbita di circa 2-3 kw/abitante. Naturalmente ciò nasconde le differenze anche notevoli tra Paesi dell’Ocse e Paesi in via di sviluppo (Pvs). Se il consumo medio di energia dei Pvs fosse pari a quello italiano, il fabbisogno salirebbe al doppio di quello attuale (circa 20 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio).
Del resto il continuo aumento della domanda di energia su scala globale rende la politica della produzione e dell’utilizzo delle varie fonti energetiche un problema planetario e impone un’analisi accurata delle disponibilità e delle tecnologie utilizzabili.
È dunque il valore assoluto dell’energia disponibile e utilizzabile che conta e conterà sempre di più anche in relazione non solo con lo sviluppo inarrestabile delle «economie emergenti» (Cina, India, Sud America, a esempio) ma anche con i miglioramenti d’uso quali l’efficienza energetica (che non deve essere confusa con il risparmio) e che non può che far crescere la domanda per ragioni qualitative oltre che quantitative (esempio eclatante è stata l’elettricità). Del resto tale efficienza è salita vertiginosamente. Dal 1700 a oggi la crescita è stata pressoché esponenziale: l’efficienza termodinamica delle macchine di conversione dell’energia è passata dallo 0,01 per cento al 65. E non si può dire che la domanda di energia non sia aumentata in modo pure imponente, visto che tale crescita è stata molto più rapida dello stesso crescere della popolazione mondiale: dal 1840 a oggi la popolazione è triplicata mentre i consumi energetici sono aumentati di quasi 30 volte (10 volte dal 1900).
D’altra parte la questione ambientale, abbastanza trascurata durante le prime fasi dello sviluppo industriale, si è andata via via affermando come elemento, oltre che culturale, socio-politico rilevante fino a diventare non solo e non più uno strumento di controllo e di bilanciamento ma addirittura un fattore condizionante e, sotto certi aspetti, pesantemente frenante e perfino controproducente ai fini di un corretto equilibrio.
Mentre da una parte è indubbia la necessità di un ridimensionamento della produzione di energia da combustibili fossili sia per ciò che riguarda un inutile sperpero di risorse finite, sia per reali problemi di inquinamento e di inutile e quindi dannoso impatto ambientale, dall’altra occorre richiamare l’opinione pubblica e i decisori politici a una più corretta valutazione, basata su solidi criteri scientifici, dei cosiddetti rischi dovuti ai cambiamenti climatici. La teoria del «riscaldamento globale» dovuto essenzialmente a cause antropiche è solo una teoria non sufficientemente suffragata da dati osservazionali inoppugnabili, come dimostrato da risultati e valutazioni contrastanti che emergono sempre di più, con buona pace dei «catastrofisti» di turno che vorrebbero liquidare quella parte, sempre più consistente e qualificata, delle comunità scientifiche cosiddette «scettiche» banalmente tacciate di «negazionismo».
Ciò significa che posizioni eccessivamente allarmiste e decisioni affrettate, spesso legate a un «ecobusiness» poco rassicurante sia socialmente, sia culturalmente, rendono il problema della ricerca di una corretta e realistica strategia energetica globale inutilmente drammatico. Ne è esempio il protocollo di Kyoto che si è ormai rivelato uno strumento del tutto inefficace ed economicamente dannoso. Le ultime fughe in avanti enunciate alla conferenza di Bali ne sono una prova.
In questo contesto la «questione energetica» non può essere affrontata con visioni illusorie e non corrispondenti a una corretta analisi delle fonti energetiche in gioco. Pensare di ridurre drasticamente la produzione e i consumi delle fonti fossili entro la metà del secolo attuale, oltre che irrealistico diventa addirittura controproducente, qualora non solo si continuasse a discriminare l’opzione nucleare, l’unica competitiva su larga scala, ma si ricorresse a una forzata e costosissima marcia verso soluzioni quali quelle delle fonti rinnovabili (escludendo ovviamente la fonte idroelettrica) che non saranno mai competitive a tale scala. Vi sono sempre più indicazioni, anche recenti, sul fatto che tali fonti non siano tecnicamente ed economicamente in grado di farlo, malgrado forti incentivi, anche se in determinate condizioni possono fornire un loro contributo.
Non è accettabile infine che il nostro Paese possa ridursi a una nicchia autarchica che, pur rifornendosi di energia elettronucleare importata (a oggi il 15-16 per cento del fabbisogno elettrico), si privi della produzione nazionale di tale fonte energetica con illusorie fughe in avanti quali le decisioni rinviate perché il nucleare richiede tempo, l’attesa inerte dei risultati altrui sulle ultime o ultimissime generazioni di reattori nucleari, o le speranze nel «messia della fusione nucleare», quando i reattori, sicuri ed economici, di terza generazione sono già commerciabili e in costruzione.
Sarebbe pura confusione culturale e miopia socio-politica. Bastino gli esempi della Francia che vede il presidente Sarkozy farsi venditore dell’Epr (già in costruzione in Finlandia e in Francia) ai Paesi asiatici e del Medio Oriente, al Regno Unito e agli stessi Usa che si stanno riposizionando rapidamente su un ulteriore sviluppo del già consistente parco nucleare, aggiungendosi alle imponenti scelte strategiche nel settore dei grandi Paesi asiatici.
Se poi si ricorda che l’Italia nel contesto europeo è un’anomalia di fronte al fatto incontrovertibile che l’energia nucleare è la prima fonte (33 per cento) per la produzione di elettricità nell’Unione Europea, seguita dal carbone, mentre il nostro Paese brilla per l’assenza dell’una e la scarsezza dell’altra, è da chiedersi se occorra veramente suonare qualche tromba o qualche campana perché la nostra classe politica si dia finalmente una regolata.
* Professore Emerito

dell’Università degli Studi

di Padova