«Persino Kerouac e Pollock sono figli dello zen»

La carta di riso di alcune lampade Ikea, e una leggerezza feng-shui-oriented nell’arredare e nel fotografare. I manga - magari non proprio dei migliori, come lo Shurayuki Hime - nei film di Quentin Tarantino. García Márquez che si ispira a Kawabata, o Tinto Brass a Tanizaki. Il monte Fuji un po’ manierato nei romanzi di Amélie Nothomb, oppure la musica degli Yoshida Brothers a fare da soundtrack a certe notti metropolitane. Quella cucina con pochi condimenti che restituisce al cibo il suo sapore originale, oppure, per farla breve, il sushi. Per farla ancora più breve: non sono solo i giapponesi ad ammirare a bocca aperta piazza san Marco, ma anche gli occidentali a farsi irretire in una cultura dove dietro la forma c’è solo la forma, e appunto per questo una felicità inedita e timida. Forse le numerose mostre dedicate al Sol Levante tenutesi recentemente in Italia e in Europa non sono che questo: il diario di una fascinazione. Ma la storia parte da lontano... «Se vogliamo fissare una data» dice Gian Carlo Calza, curatore della mostra su Hiroshige che si aprirà martedì prossimo a Roma «potrebbe essere il 1854, quando una flotta navale americana costrinse il Giappone ad aprire dei porti commerciali. Fino a quel momento all’interno del Paese c’erano solo due piccoli fondaci olandese e cinese a Nagasaki: una nave all’anno da Goa era l’unico rapporto con l’estero. Ma da allora cominciarono a entrare in Giappone in misura importante libri e pensieri europei, nonché il cristianesimo, prima molto perseguitato».
E allo stesso tempo la cultura del Giappone si diffuse nel mondo.
«Nel 1867 venne ospitato all’Expo di Parigi il primo padiglione giapponese. Finita l’esposizione, uno degli uomini che lo realizzarono, Hayashi, rimase nella Ville Lumière come mercante d’arte e consulente di Edmond de Goncourt, autore di uno dei primi saggi su Utamaro e Hokusai. Fu così che gli impressionisti conobbero l’arte nipponica, che aveva punti in comune con loro soprattutto nel rapporto con la natura. Hiroshige, per esempio, voleva che l’arte fosse “Shashin kyo”, cioè a “specchio del vero”, e non interpretativa della realtà».
Qualche esempio di questa «invasione» nipponica in Europa?
«Le ballerine agli esercizi di Degas, oggi al Metropolitan, sono la copia di un particolare della Danza del servo di Hokusai, come copiati da lui sono moltissimi motivi di vasi Baccarat, nonché la copertina di La mer di Debussy e quanto altro ancora... Van Gogh copiò le tre opere di Hiroshige che sappiamo, sebbene il suo colore sia spezzato e vibrante, divisionista, mentre quello del giapponese, come sempre, è piatto e armonico. L’arte nipponica influenzava persino gli stranieri residenti. A metà Ottocento la fotografia stava appena nascendo nel Sol Levante, e tra i pochi fotografi c’erano tre stranieri: due erano italiani, Felice Beato e Adolfo Farsari. Le loro foto non ritraggono altro che quello che Hiroshige dipingeva, come si documenta per la prima volta al mondo nella sezione sulla fotografia curata da Rossella Menegazzo, nella mostra di Roma».
Ma poi si passò dal «japonisme» alla «japonaiserie».
«Cioè a un formalismo interessato solo agli stilemi: lo vediamo nell’art nouveau e ancora di più nell’art déco. Paradossalmente, quest’ultima, di ritorno, rifecondò il Giappone stesso: tre anni fa ebbi modo di curare in Francia una mostra di kimono e tessuti creati in stile déco tra gli anni Venti e Quaranta in Giappone».
Il Giappone influenzò anche la Beat Generation?
«La presenza dello zen nei libri di Kerouac e di Ginsberg è forte, sì. L’autore di Sulla strada andava alla Columbia alle lezioni del maestro zen Suzuki. Una volta ci portò anche Pollock. A questo proposito, l’arte informale deve tantissimo all’Oriente: la pittura coi piedi, le mani, il dripping, lo splashing, sono pratiche cinesi - addirittura meditative - che risalgono all’VIII secolo. Gli artisti americani presero dallo zen soprattutto l’anticonvenzionalismo. Anche in musica: John Cage. E ancora, i saggi di Alan Watts. Ma l’esportazione nipponica più importante di tutte è il sentimento della natura».