Il personaggio Insieme idearono il «distributismo»

L’Italia è investita da una provvidenziale «Chesterton renaissance». Non passa mese senza che una nuova edizione di un’opera firmata dall’inventore di Padre Brown faccia la sua comparsa in libreria. Ed è augurabile che l’attenzione dedicata a Chesterton risvegli anche l’interesse per Hilaire Belloc (1870-1953). Il sodalizio umano, politico, religioso e artistico fra i due fu così stretto che il comune avversario George Bernard Shaw coniò il nome «ChesterBelloc» per riferirsi a loro. Belloc fu giornalista, saggista, storico (ricordiamo le biografie di Richelieu e di Giovanna D’Arco), apologeta e polemista cattolico e, a differenza dell’amico, non si negò alla politica attiva, entrando per due volte nel Parlamento di Londra. Il lascito più originale della sua collaborazione con Chesterton fu la teoria economica, chiamata Distributismo, che proponeva la tutela della piccola proprietà come alternativa a ogni monopolio, la terza via fra capitalismo e socialismo suggerita dalla dottrina sociale della Chiesa, il ritorno alle autonomie politiche e produttive del Medioevo.
Ottima occasione per scoprire il miglior Belloc ci è ora offerta dalle edizioni Cantagalli che hanno da poco pubblicato La via di Roma (pagg. 363, euro 18). È un diario di viaggio, o meglio di pellegrinaggio; l’autore racconta una lunga passeggiata intrapresa nel 1901 dalla Francia fino all’Urbe. Belloc procede in linea retta, valica montagne, disegna schizzi del paesaggio (raccolti nel libro), descrive paesi e paesani, dorme all’aperto, assiste quando può alla messa. Si è posto l’obiettivo di arrivare a Roma esattamente il 29 giugno, in tempo per la celebrazione della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Ci riuscirà, come riesce benissimo a trasmettere la sua convinzione che il cuore dell’Europa sia profondamente cristiano, che «la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede».
Il suo stile di scrittura è brillante, vivace, rigoglioso quanto quello di Chesterton. A tratti ancora più coinvolgente, soprattutto quando pulsa il sangue francese ereditato dal padre. Non per nulla fin dall’introduzione invoca il genio di Rabelais, «maestro di tutti gli uomini felici», e si dice in debito con le Muse, le Grazie, Bacco, Apollo, Fauni e Menadi. Così ricorda a se stesso e a noi che il cattolicesimo è anche figlio del mondo pagano.