IL PERSONAGGIO

nostro inviato a Parigi
Il film e la mostra che ne raccontano la vita hanno come titolo semplicemente il suo cognome: Tabarly. Voluto fortemente da Jacques Perrin, che ha avuto l’idea e l’ha prodotto, girato da Pierre Marcel, sponsorizzato da Louis Vuitton, il primo è da settimane in dieci cinema parigini, un successo di critica e di pubblico, e Jean-Jacques Annaud, il regista di Sette anni in Tibet, L’orso, Il nome della rosa, ha già fatto sapere che sta anche lui lavorando per raccontarne l’esistenza, non in forma di documentario, come nel caso in questione, ma romanzata, un biopic, come si dice in gergo. La seconda è sparsa lungo le sale del Museo della Marina e ci resterà sino a settembre.
Uomo di poche parole, Tabarly divenne un torrente verbale quando, alla metà degli anni Novanta, il museo attraversò una crisi economica e d’immagine e ci fu chi, nella pubblica amministrazione e fra i grand-commis di Stato, pensò fosse meglio chiuderlo. Protestò per lettera, sui giornali, alla televisione, alla radio, tenne conferenze, organizzò petizioni, trovò finanziamenti. Lo salvò, in parole povere, e a dieci anni dalla sua morte questo è il modo migliore per ricordarlo e dirgli grazie.
Nelle librerie, il cognome ha ceduto il posto al nome, ancora più semplicemente. À Éric si intitola il bellissimo volume illustrato che Daniel Gilles, scrittore, giornalista e marinaio, gli ha dedicato, la storia dell’uomo che fece riscoprire ai francesi il mare e la vela, la biografia di un moralista silenzioso che si limitava a insegnare con l’esempio, di uno che nel corso di una vita di sport e di avventura non si era mai atteggiato, «non si era mai preso per Tabarly», come scrive ironicamente lo stesso Gilles.
Nato nel 1931, Tabarly è scomparso nel mare d’Irlanda il 13 giugno del 1998. Qualche settimana più tardi un battello attrezzato per la pesca alle aragoste ne trovò il corpo tirando su le reti: cerata gialla, pantaloni rossi, stivali e pullover blu. Apparteneva alla scuola di quelli che in barca ritengono inutile «legarsi», perché tanto, legato o no, un uomo in mare è un uomo morto. «Se finisci in acqua è questione di pochi minuti... Debbono essere estremamente sgradevoli, ma li preferisco all’idea di passare quarant’anni di navigazione imbracato e impacciato nei movimenti».
Ufficiale di marina, Tabarly divenne famoso nel 1964, quando vinse la transoceanica Plymouth-Newport sul «Pen-Duick II», un ketch di 13 metri e mezzo, arrivando due giorni e venti ore prima di Francis Chichester, allora detentore del titolo. Chi ha in mente le regate in solitaria di oggi, l’intervento massiccio degli sponsor, la copertura mediatica, l’altissima tecnologia applicata, fa fatica a capire che cosa potesse significare quarant’anni fa. Chichester sarà fatto baronetto dalla regina Elisabetta, Tabarly riceverà la Legion d’onore da de Gaulle e un bagno di folla impazzita sugli Champs-Elysées.
Poiché parlava poco, era timido, ovvero riservato, la stampa cominciò a coniare dei soprannomi: Il Saggio dell’Oceano, La Sfinge dei mari... Li lasciò dire. Solo una volta, molti anni dopo, quando Bernard Pivot, il celebre conduttore televisivo di Apostrophes e Bouillon de culture, gli chiese se davvero «Pepé» fosse il nomignolo che gli davano gli altri marinai, rispose sorridendo che no, solo i giornalisti lo chiamavano così... Parlava poco, spiegò ancora, perché a domande banali avrebbe potuto dare solo risposte banali e tanto valeva allora cavarsela con qualche monosillabo... «Navigare - aggiunse in quell’occasione - è accettare i vincoli che noi stessi abbiamo scelto. È un privilegio. La maggior parte degli esseri umani subisce gli obblighi che la vita impone loro». Nel film lo si vede ballare, cantare, divertirsi, né sfinge, né vecchio saggio, marinaio fra i marinai.
Nel 1976, Tabarly bissò il successo del 1964, ma in quest’arco di tempo c’era stato spazio per tutte le vittorie possibili e immaginabili, la Fastnet, la Sydney-Hobart, la Morgan Cup, la Gotland Race, per una covata di velisti nata appunto grazie a lui, i Colas, i Kerkauson, i Lamazou. La Francia si era in qualche modo riconciliata con quel mare che nella Seconda guerra mondiale gli era stato precluso per la rapida sconfitta e la successiva occupazione tedesca e che per una sorta di vergogna postbellica era stato come dimenticato. E c’era stato spazio anche per un progredire di tecniche e di sperimentazioni alle quali Tabarly, che amava la tradizione, ma non disdegnava il mettersi alla prova, non era per niente estraneo. Nuovi materiali, nuove vele, nuovi scafi.
In trent’anni e passa di attività, la sua barca ebbe sempre lo stesso nome, retaggio di quel «Pen-Duick» del 1898, un quindici metri comprato dal padre alla fine degli anni Trenta e che poi il figlio avrebbe salvato dalla demolizione. Nel film-documentario che racconta la sua vita, e che è una vera festa mobile di immagini di repertorio e immagini private, interviste, testimonianze inedite, lo si vede veleggiare in tutta la sua poetica bellezza e, nonostante ci siano poi stati un «Pen-Duick II», una goletta «Pen-Duick III», un trimarano «Pen-Duick IV» e ancora un «Pen-Duick V», è quella la barca a cui restò più legato e per la quale infine trovò la morte, l’estate in cui ne festeggiò il centenario con una riunione di velieri d’epoca in Bretagna e poi in Scozia, dove le imbarcazioni disegnate un secolo prima da William Fife si erano date appuntamento.
Quella notte il mare disse di no, ma, come racconta nel film la moglie, «il mare non è cattivo, se l’è preso, ma non l’ha rubato, per lui è stato il mezzo per tornare alla casa del padre». Buon vento Éric.