La perversa «internazionale» del malfrancese

Dal pastore Sifilo, vittima di Apollo, a Maupassant che si vantava di soffrirne

Pubblicato nel 1530, con seguito di centinaia di ristampe, Syphilidis sive de Morbo Gallico, del medico veronese erudito Girolamo Fracastoro, metteva fine a diverse diatribe nazionaliste proprio con quel sottotitolo probabilmente di parte. Ma chi fu il vero apportatore di quella malattia sconosciuta e terribile - come fu definita - diffusasi per contagio dall’Europa ai Paesi arabi fino in Giappone, assumendo la forza di un autentico flagello? Di quella malattia che ricopriva il corpo di fitte macchie purulente, di croste che rendevano la pelle squamosa, e di ulcere sui genitali? Che, se non sempre letale, deformando scheletro, naso, orecchie e altre appendici, portava spesso alla demenza acuta chi riusciva a sopravvivere?
La prima accusa fu rivolta dagli italiani alla Francia quando il giovanissimo re Carlo VIII, nel 1494, invase la nostra penisola per conquistare il regno di Napoli, su cui accampava diritti ereditari nel nome degli Angiò, con un potente esercito mercenario formato tra gli altri da svizzeri e spagnoli. Conquistata Napoli, proprio in quel periodo di occupazione, si dovevano manifestare i primi sintomi della malattia, quindi malfrancese per gli italiani, mal napoletano per gli occupanti. Solo che un morbo consimile si era diffuso anche a Barcellona: i medici, del tutto digiuni di tale patologia, incolparono gli Indios, da un anno sotto il dominio spagnolo. Fu veramente uno scaricabarile tra le varie nazioni infette: per gli olandesi la colpa era degli spagnoli, per gli spagnoli dei portoghesi, per i russi dei polacchi, e per gli arabi la colpa era di tutti i cristiani, tout court.
In mezzo a tanto bailamme di accuse fu salutato come il benvenuto il poema latino di Fracastoro, dove si narra del pastore Sifilo, colpito da mali venerei per castigo di Apollo. La malattia veniva così definita «sifilide», e quel sive de Morbo Gallico parve tranquillizzare gli altri contendenti. Si iniziarono subito cure particolari con immersione in bagni di olio extra vergine di oliva, poi con infusi di mercurio, ma se il rischio letale accennava a diminuire, deformità e membra consumate peggio che dalla lebbra continuarono a infierire per secoli sull’umanità.
Fu scritto molto, da parte di studiosi e medici di quei secoli, senza grandi risultati, ma ciò che colpisce maggiormente è che poeti, spesso nell’area dei mediocri, cantarono il malfrancese in odi e liriche, spesso autobiografiche, come troviamo riportato nel testo francese di Claude Quétel, storico della psichiatria e direttore della collana «Medicina e Storia» per l’editore Laffont. Ma colpisce ancor di più che nel grande secolo della narrativa, il XIX, i maggiori scrittori quasi non ne facciano cenno: Balzac, per un esempio, nei suoi infiniti romanzi tratta di tutto apertamente ma non specificamente di sifilide. Così Emile Zola, che si ispirava alle malattie ereditarie, appuntando i suoi interessi soprattutto sull’alcolismo. Dobbiamo arrivare ai primordi del secolo XX per trovare un bel romanzo di Charles-Louis Philippe, Bubù di Montparnasse, dove la sifilide è perno di tutta la vicenda del prosseneta Bubù e della prostituta Berthe. Una presenza di sifilide è nel celebre romanzo di Huysmans, A rebours, nella descrizione dell’esemplare decadenza del suo protagonista Des Esseintes.
Eppure non pochi tra gli illustri patirono o furono sfiorati da questo morbo. Probabilmente Nietzsche, Baudelaire e Flaubert, tenuto nascosto da famigliari e ammiratori. Non così Karen Blixen: «Ora che ho sopportato anche questo sono più vicina alle grandi cose». E finirà scheletro vivente.
Ma è strano che l’autore di Bel Ami, Maupassant, non scriva alcun romanzo in proposito. Tuttavia in una lettera del 22 marzo 1877 dichiara: «Ho la sifilide... e ne sono fiero! E disprezzo sempre più i borghesi. Ho la sifilide finalmente!». Ciò che l’uomo della strada passerebbe sotto silenzio, l’artista sbandierava ai quattro venti: forse ignorava che si sarebbe ridotto negli ultimi anni, in manicomio, a un’esistenza puramente di bestia.
La storia della sifilide, morbo che soltanto dagli anni Sessanta ha cominciato a regredire, è ripercorsa dalla studiosa Eugenia Tognotti in un bel saggio in questi giorni in libreria: L’altra faccia di Venere. La sifilide dalla prima età moderna all’avvento dell’Aids (Franco Angeli, pagg. 272, euro 21). Le parole più giuste per presentarlo al lettore rimangono quelle dello storico della medicina Giorgio Cosmacini, che ne ha scritto la prefazione: «È il più approfondito ed esaustivo contributo sull’argomento prodotto dalla storiografia italiana. La multisecolare e complessa vicenda - epidemiologica, patologica, clinica, antropologica, ideologica, istituzionale e sociosanitaria - è narrata dall’autrice con prosa incalzante, accattivante e precisa».