PETRINI «La rivoluzione si farà solo in cucina»

Nel suo libro ha scritto: «Non si può cambiare il mondo, si può almeno cambiare il menu». Parla il presidente di Slow Food, paladino del bio e del cibo « pulito»

«Se mi chiedi dei piatti di Natale fai tu la fine del cappone». La tentazione di fare il giochino destra/sinistra sul cibo s’arresta di fronte all'intimidazione di Carlo «Carlin» Petrini. Ormai stranoto, piemontese delle Langhe e dunque un po’ ligure. Presidente di «Slow Food». Animatore dell’Università di Pollenzo. Eroe europeo 2004 per Time. Patron del «Salone del gusto». E ideatore di «Terra Madre» (la seconda edizione è stata lo scorso ottobre): per dare i numeri, 1.600 comunità del cibo provenienti da 150 Paesi riuniti per parlare di enogastronomia. Petrini è un bulldozer: se ci parli cinque minuti - anche per telefono - ti travolge con l’ottimismo. E ci mette ancor meno a spiegarti perché la gastronomia è la scienza della felicità. Perfidamente, cominciamo con la politica.
Tre settimane fa, al convegno di Nuova Italia, la fondazione di Gianni Alemanno, Giulio Tremonti ha denunciato la fine del «mercatismo» e Lei s’è quasi commosso: «Questa storia che il mercatismo sta così così mi piace veramente da morire».
«A “Terra Madre” ho sostenuto che nell’ultimo secolo l’economia non ha per nulla tenuto fede al suo valore etimologico di “governo della casa”, se è vero - ed è vero - che la terra è arrivata sull'orlo del disastro ambientale. Il depauperamento della terra per fini produttivi, che non ha nemmeno risolto tutti i nostri problemi visto che alcuni popoli muoiono di fame, è arrivato al capolinea. Ebbene, nel discorso di Tremonti ho ritrovato un'analisi lucidissima della fine del modello veteroliberista. Bravo!»
Ha detto di più: «Il tema e gli interventi sono per me entusiasmanti e assolutamente condivisibili».
«E che ho detto di male?»
Ma non è paradossale che vada a braccetto con Tremonti? Lei che dice: sono della sinistra antagonista. Lui che dice: ripensaci e vieni con noi.
«Io che dico “no grazie”, e finisce così. Certamente non mi immaginavo di sentire cose di questo genere. Ho ascoltato bellissime parole in difesa delle identità popolari e delle tradizioni. Convergenze feconde».
L'anno scorso Tremonti s'è divertito a fare il discrimine destra/sinistra fondandolo su base gastronomica: alla destra piacciono gli spaghetti, alla sinistra il sushi.
«Mah. Io mica sono nato sotto il cavolo. L'esperienza di Slow Food parte vent'anni fa con Arci Gola proprio sui temi della territorialità e della salvaguardia del patrimonio alimentare italiano. Trovo riduttivo fare queste distinzioni nette. Potrei ribaltare il ragionamento: certe élite “di destra” hanno un approccio antitradizionale al cibo mentre il “popolo minuto” di sinistra difende le radici. Ma direi una cazzata. Così non andiamo da nessuna parte».
In Slow Food Revolution (Rizzoli), scritto con Gigi Padovan, si legge: «Non si può cambiare il mondo, si può almeno cambiare il menu». Dire queste cose negli anni Ottanta a sinistra, rivendicando il diritto al piacere del cibo e alla «cultura materiale», non era una specie di bestemmia ideologica?
«Era una provocazione per una sinistra che in quegli anni si stava modernizzando. Il nostro interesse per la gastronomia deriva dagli Annales di Le Goff e Braudel e, in Italia, dall'esperienza de La Gola. Abbiamo sempre vissuto la nostra esperienza senza mai dare troppo peso “politico” a ciò che facevamo. E in questo sta la croce e la delizia di Slow Food».
La croce?
«Oggi il nostro tempo richiede che sul tema del cibo si sviluppi una vera e propria politica culturale. Su questo dobbiamo avere una connotazione più “politica”».
E la delizia?
«È che grazie alla nostra caratterizzazione non politica, a sinistra, non siamo stati presi troppo sul serio e abbiamo potuto lavorare e crescere senza troppi problemi. Parentesi: la destra sui temi della cultura del cibo non è mai stata attrezzata. È che in fondo, con le dovute eccezioni, tutta la politica ha nei confronti del cibo un atteggiamento ridanciano. Oggi si sta facendo strada una diversa sensibilità, ma molto lentamente».
Siete nati anche per «cambiare le cattive abitudini alimentari della sinistra», oscillanti tra l'atteggiamento francescano e l'interesse commerciale verso il cibo come strumento per far soldi alle Feste dell'Unità. Ci siete riusciti?
«In parte sì. Il problema, semmai, è che non vedo in giro più tante feste dell'Unità...»
Nell'introduzione al Manifesto sul futuro del cibo, contenuta nel suo Buono, pulito e giusto (Einaudi) si stabilisce un parallelo tra l'industrializzazione dell'agricoltura, da un lato, il declino della qualità e della salute pubblica, l'inquinamento genetico e lo sradicamento territoriale dei contadini, dall'altro. Non è troppo tranchant?
«No. L'industrializzazione del cibo sta producendo danni infiniti. Di tipo culturale, perché si produce un'estraneità del cibo rispetto alla gente. Di tipo ambientale, perché l'iperproduttivismo distrugge i territori. Di tipo sociale, perché stiamo assistendo su scala globale al pericolo della scomparsa dei contadini. Ma se la cultura global di mercato sta entrando in crisi, come dice anche Tremonti, noi lottiamo per ridare spazio a modelli economici locali e territoriali che vadano verso la deindustrializzazione ed esprimano pratiche produttive culturalmente e socialmente sostenibili. Il nostro problema prioritario è quello di ri-localizzare il cibo, sviluppare forme di agricoltura più vicine ai consumatori, non sottoporre i prodotti agricoli a lunghi viaggi (che hanno costi energetici impressionanti). La ri-localizzazione è il primo passo per risolvere il problema mondiale della fame».
Non le fa strano, da sinistra, fare il portabandiera mondiale degli interessi dei contadini? In fondo alla sinistra, tutta concentrata sugli operai, dei coltivatori non è mai fregato granché.
«È vero, in passato c'è stato interesse solo per i braccianti, lasciando ai conservatori il monopolio della rappresentanza dei mezzadri e dei piccoli proprietari contadini. La sinistra ha pagato un eccessivo sbilanciamento verso la sua caratterizzazione industrialista e operista. Oggi la situazione è diversa, siamo nel postindustriale. E ci accorgiamo che l'economia del cibo, da tanti sottovalutata, è la cosa che abbiamo più vicino, è ciò a cui dobbiamo dedicare la nostra attenzione almeno due volte al giorno. Penso che nell'immediato futuro sui temi del cibo e dell'alimentazione si verificheranno delle convergenze inedite, che supereranno gli schieramenti di oggi. Siamo davanti a un nuovo momento storico che porterà in superficie nuovi conflitti e dunque nuove politicità: sui diritti civili, sull’ambiente, sulla sfida della sostenibilità del modello di sviluppo, sull'ecogastronomia. Le intese e le alleanze nasceranno qui, nella prassi. Vuole un esempio?»
Prego.
«Sono stato a Londra con il giovane leader dei Tories, David Cameron, che ha presentato con me Slow Food Uk».
Leggiamo dall'Indipendent del 10 dicembre: il leader tory, incontrando «lo zar di Slow Food», ha sposato una causa, quella del cibo buono pulito e giusto, di moda anche in Gran Bretagna.
«Non è di moda, è una battaglia di civiltà: il buon cibo non deve essere una fatto elitario ma una possibilità per tutti. Con Cameron abbiamo passeggiato per il Borough Market di Londra per parlare con i contadini. M'ha chiesto, e gli ho detto sì, di inserire alcune mie affermazioni nel suo programma di food policy. Partendo da questa: “La tradizione è un'innovazione ben riuscita”».
Dopo Tremonti e Alemanno, anche Cameron. Petrini, il suo istinto völkisch le procura cattive frequentazioni.
«Ha dimenticato Letizia Moratti... Scherzo. Ma è vero che con Cameron ci siamo ritrovati quasi su tutto, è una persona a modo col quale è giusto fare alleanze, perché ha le idee chiare. È molto più ecologista di Tony Blair».
Gli eroi mondiali del cibo?
«Vandana Shiva, Via Campesina, i brasiliani di Sem Terra. E, se permette, un grandissimo poeta contadino americano, il “conservazionista” Wendell Berry».
Quello che scrive: «Mangiare è un atto agriculturale». Adesso ci lasci un messaggino natalizio.
«Per favore, schieriamoci a difesa del presepe tradizionale».
(9. Fine)