Più TASSE meno civiltà

L’ultimo caso clamoroso è stato quello del Giappone. Ma se in Oriente hanno capito la lezione, l’Europa persiste nell’errore

La tassazione è da sempre al centro di dure controversie. E non c’è pensatore politico liberale che non si sia seriamente interrogato «se» le imposte siano legittime, e - quando anche questa domanda trovi una risposta affermativa - «come» debbano essere limitate e concepite. L’accostamento fra tassazione e schiavitù è d’altra parte assai frequente, così che quando negli anni Settanta il filosofo Robert Nozick parlò delle imposte come di «una forma di lavoro forzato» egli interpretò una lunga tradizione di pensiero. Perfino John Stuart Mill, che pure è uno di quei liberali di metà Ottocento che hanno consegnato il liberalismo ai socialisti, affermò che l’imposta rappresenta «una forma blanda di furto».
Se allora non c’è nulla di veramente nuovo sotto il sole quando sorgono movimenti anti-fiscali, è pur vero che oggi il potere riesce a sottrarre una quota di ricchezza (mediamente, nei Paesi occidentali, il 50 per cento di quanto viene prodotto) assai più ampia di quanto non avvenisse in passato.
Leggendo il volume di Charles Adams recentemente pubblicato da Liberilibri (For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità, euro 20) trova così una formidabile conferma l’argomento secondo cui qualunque sovrano dei secoli scorsi - da Carlo V a Luigi XIV - se solo potesse tornare in vita, in modo da osservare la straordinaria capacità dei governanti contemporanei di tassare redditi e profitti, resterebbe pieno di ammirazione.
Testo corposo (oltre 600 pagine), ma anche assai godibile e privo di inutili pose accademiche, questo For Good and Evil. L’influsso della tassazione nella storia umana racconta la storia della civiltà seguendo il filo rosso dell’imposizione fiscale e mostrando come mai, prima del XX secolo, il potere fosse riuscito a mettere le proprie mani su tanta parte della ricchezza. È stato in effetti l’avvento dello Stato moderno, al termine del medioevo, e poi l’incontro fra statualità e democrazia, a permettere alla classe politica di ampliare quasi indefinitamente la propria capacità di dominio su lavoratori e imprenditori.
Nella storia occidentale più recente, per giunta, c’è stato un momento in cui l’ideologia dominante era talmente favorevole al prelievo fiscale - specie in Europa - che l’unico freno all’incremento è stato per così dire «interno». Se insomma gli europei degli anni Settanta non sono stati tassati al 100 per cento è solo perché i politici erano consapevoli che aliquote così alte avrebbero comportato una distruzione dell’intera economia e, di conseguenza, entrate fiscali nulle. Ma ogni altro scrupolo era ormai venuto meno. Ora le cose sono iniziate a cambiare, grazie anche alla globalizzazione e alla mobilità dei capitali, che hanno obbligato i sistemi fiscali a ridurre le aliquote più alte e, di conseguenza, a moderare sempre più la pressione fiscale complessiva.
Adams nel libro ci parla di tutto ciò, mostrando il ruolo che la tassazione ha giocato - «nel bene e nel male», come dice il titolo - nella storia degli uomini, che hanno saputo costruire civiltà mirabili solo quando le tasse erano basse e saggiamente amministrate, mentre hanno conosciuto catastrofi ogni qual volta il ceto politico ha preteso di dilatare gli organici pubblici e di conseguenza il prelievo tributario.
Come scrive lo studioso americano, perfino «la storia delle tasse dell’antico Egitto mostra cosa succede in una società gravata da un sistema fiscale totalitario». E lo stesso viene evidenziato per il popolo ebraico e per i romani, la cui crisi fu in larga misura figlia di una politica fiscale scellerata. L’Impero disponeva di una burocrazia civile e militare che aveva assunto dimensioni enormi, gravando enormemente sui contribuenti: di fronte a tale oppressione, la reazione fu un’evasione fiscale endemica, che lasciò Roma disarmata dinanzi agli attacchi degli invasori.
Godibilissimo e sempre orientato a evidenziare l’attualità di ogni episodio storico (anche quando si sofferma sui sumeri o sull’Inghilterra elisabettiana), il volume rappresenta pure un’apologia dell’azione di quanti, nel passato, hanno saputo ribellarsi di fronte a tasse oppressive. La cosa non è strana né sorprendente, se si considera che l’America in quanto tale nasce da una ribellione fiscale contro la Madrepatria.
Autore anche di un volume che racconta «le rivolte fiscali che hanno fatto l’America» (Those dirty rotten Taxes: Tax revolts that built America, del 1998), quando si avvicina all’attualità Adams ci consegna fra l’altro un’indicazione su cui gli europei in generale, e gli italiani in particolare, dovrebbero riflettere con attenzione. La crisi profonda conosciuta dal Giappone durante gli anni Novanta viene interpretata essenzialmente a partire dal radicarsi di un fisco sempre più esoso: il risultato è stato la decadenza di un’economia che solo pochi anni prima pareva irresistibile, al punto da aver suscitato apprensioni in tutto il mondo e una forte ostilità (con esiti protezionistici) perfino negli Stati Uniti.
Il Giappone del boom è stato eroso nelle sue fondamenta, che pure parevano tanto solide, da imposte stratosferiche. Ma se a Tokyo la lezione è stata ormai compresa, in Europa manca la consapevolezza che la strada dell’alta tassazione conduce alla rovina: esattamente come quando un Paese introduce barriere doganali e sbarramenti alle importazioni.
Adams dedica poi molta attenzione a evidenziare quanto sia illiberale il principio della progressività, in virtù del quale l’aliquota cresce con l’aumentare del reddito: ciò che non soltanto scoraggia gli investimenti e allontana i capitali, ma soprattutto aggredisce la proprietà in maniera discriminatoria. Usando le parole di un politico francese dell’Ottocento, Louis Thiers, Adams sostiene che mentre la proporzionalità è un principio, la progressività è solo un arbitrio ed essa attesta la tirannia di una maggioranza su una minoranza.
In definitiva, la ricetta dello studioso americano è semplice: guardando alla storia, al sorgere e al crollare delle civiltà, egli indica la via di imposte contenute, semplici, non discriminatorie, preferibilmente indirette. L’invito è soprattutto a ridimensionare il peso dello Stato, in modo che i paradisi fiscali non siano accessibili solo al jet-set e che la gente comune non sia costretta a tirare la carretta in inferni fiscali che sembrano pensati per moltiplicare parassitismo, inefficienza, ingiustizie.