La pianista che fece piangere Stalin

In scena <em>Maria Judina</em>. Il dittatore si innamorò della sua musica e le
fece incidere il primo disco Nell’opera splendide pagine di Mozart e
Brahms eseguite dalla sua allieva Marina Drozdova

Difficile immaginarsi Stalin commosso. L’uomo che ha sulla coscienza cinquanta milioni di morti e la rete più organizzata di sterminio ed oppressione, amava la musica, adorava Mozart.

E di fronte ad una pianista cinquantenne, arrivò a commuoversi. Non è un flash revisionista, ma realtà, un fatto così inverosimile da essere autentico: il nome della musicista era Marija Veniaminovna Judina, pianista e compositrice russa, fervente ortodossa, grande amica di Pavel Florensky (filosofo e genio della matematica, dissidente che ha lasciato la vita nei lager delle isole Solovky).

Attorno a questa musicista quasi dimenticata, Angela Demattè, interessante autrice del teatro italiano, vincitrice del premio Riccione 2009 per il teatro con Avevo un bel pallone rosso (storia dell'infanzia e della vita dura di Mara Cagol) ha costruito Maria Judina, la pianista che commosse Stalin, una piéce spericolata che arriva sul palcoscenico del Meeting muovendosi tra tragicità storiche e anelito all’arte, tra Lubjanka e cattedrali ortodosse. Illuminata dal libro dedicato alla vita della Judina Più della musica della studiosa di cultura russa Giovanna Parravicini, la Demattè ha creato una piece-concerto che alterna rappresentazione ed esecuzione, parole e musica, portando in scena un pezzo di storia controversa del Novecento con una sensibilità davvero rara e coraggiosa. Il titolo si basa su un fatto reale: dopo aver ascoltato con commozione la Judina in concerto, il dittatore sovietico le propose di registrare e incidere brani mozartiani, proposta di fronte alla quale la pianista rispose: «Volentieri! E darò i soldi guadagnati per il restauro della chiesa ortodossa che frequento».

Sgradita e ridotta quasi al silenzio, ma comunque «salvata» per il suo immenso talento (che le permise la protezione staliniana), la Judina ha continuato a vivere sulla tastiera fino al 1970, anno della sua scomparsa a Mosca, insegnando a giovani pianisti nell’indifferenza della cultura ufficiale. Proprio nel bel mezzo di questa sua attività di insegnante «non ufficiale» di pianoforte, si situa la narrazione costruita dalla Demattè che costruisce l’incontro fra la Judina e Pavel, ipotetico musicista di belle speranze fedele al verbo staliniano. Ci racconta l’autrice: «È una piéce dialogica, il classico vis a vis, che ruota attorno alla necessità di Pavel di comprendere i motivi che portano un’artista eccezionale ad accettare l’ostracismo politico ed artistico a causa della sua fortissima fede ortodossa».

Pianista di capacità tecniche assolute, la Judina sfidava il regime in molti modi: religiosa in tempi d’ateismo di Stato, era anche totalmente aperta alle correnti della classica contemporanea. Ed infatti una sua celebre esecuzione di Shostakovich, autore non gradito al realismo stalinista, portò alla Judina il licenziamento dal Conservatorio di Mosca. «Ma ciò che portiamo in scena non è solo la sfida ad un potere dispotico - riflette la Demattè - perché dentro le fibre di questa rappresentazione c’è un discorso sul cosa vuol dire essere artisti, sul senso della bellezza e del sacrificio necessario per esprimerla, una ricerca che coinvolge testo, musiche, memoria storica e riflessione sul presente».

La vicenda e le tensioni della pianista russa si presentano sul palco come frutto di molteplici visioni: la Demattè, infatti, ci ha messo lo sviluppo drammaturgico, ma il resto è farina del sacco di Andrea Chiodi, regista dal tratto essenziale, che ha scelto proprio l’autrice per interpretare Maria Judina, mentre è Matteo Bonanni a dare volto al perplesso Pavel.

L’intreccio sanguigno dei loro dialoghi si alterna alla musica suonata, con esecuzioni dal vivo di partiture di Mozart, Mussorgsky, Brahms e Schumann. E qui c’è da emozionarsi, perché al pianoforte si accomoderanno due allievi della Judina, Victor Derevianko e soprattutto Marina Drozdova, la discepola prediletta della grande Maria, quasi a incarnare finanche nelle esecuzioni quel gioco tra memoria storica e presente cui si riferisce l'autrice.

Lo spettacolo vive di questo intreccio intimo tra realtà e rappresentazione, con uno scambio di interpretazioni tra la Demattè e la Drozdova, cioè la Judina teatrale e la musicista che più ha condiviso con la Judina reale il suo ultimo percorso artistico, che indossano identici abiti di scena, nel tentativo di suggestionare lo sguardo fino all’immedesimazione dei ruoli. E Stalin? «Inevitabilmente aleggia su tutto lo spettacolo», confessa Andrea Chiodi, e infatti quando si alza il sipario il pubblico è accolto dalla registrazione di un suo celebre discorso. Una presenza invadente, raggelante. Ma è solo l’inizio. Il resto è musica, arte, bellezza.