La piazza grida perché l’Unione non sa più che dire

L’autunno si preannuncia di nuovo caldo, con il ritorno in grande stile delle manifestazioni di piazza. La stagione, preceduta e avviata dal Vaffa-Day di Beppe Grillo, sarà aperta da Alleanza Nazionale che il 13 ottobre radunerà a Roma i propri militanti per protestare contro il governo. Il giorno successivo sarà la volta di dirigenti e simpatizzanti di Ds e Margherita, che scenderanno in piazza per votare nei gazebo delle primarie del Partito Democratico. Il 20 ottobre i partiti dell’ultrasinistra, con la Fiom e i settori più oltranzisti della Cgil, marceranno nella Capitale contro l’accordo sul welfare. Infine, il 2 dicembre su invito di Forza Italia toccherà al popolo del centrodestra concentrarsi su Roma per chiedere le dimissioni del governo (sempre che la crisi non si sia aperta prima) e il ricorso immediato alle elezioni anticipate.
Insomma, inizia la stagione del grande ritorno della piazza. Per qualcuno è il trionfo dell’antipolitica. Per altri è proprio la politica che reagisce utilizzando gli strumenti classici dell’antipolitica. Il fenomeno può essere condannato in nome dei pericoli per la democrazia che sempre spuntano quando sulle riflessioni e sulle mediazioni dei professionisti della cosa pubblica prevalgono gli slogan utili a mobilitare ed elettrizzare le masse. Al tempo stesso, però, può essere salutato come una dimostrazione di capacità reattiva rispetto a una stagione politica talmente deludente da apparire catastrofica.
Un dato, comunque, è chiaro. Il ritorno della piazza mette fuori gioco il Parlamento e la democrazia rappresentativa. O meglio, se la piazza torna a far sentire la propria voce vuol dire che gli organismi rappresentativi sono diventati afoni o non hanno più nulla da dire. Passi che questa consapevolezza manchi a Beppe Grillo. Le forzature, anche quelle più demagogiche, fanno parte integrante del suo gioco. Ed è addirittura normale che i partiti dell’opposizione non abbiano in proposito alcun tipo di preoccupazione. Fi, An, Lega ed Udc fanno il loro mestiere. E bisognerebbe stupirsi, semmai, se facessero il contrario. Il singolare, invece, è che sia la maggioranza a non rendersi conto di giocare col fuoco. I votanti delle primarie del Pd votano per Veltroni, ma in realtà bocciano Prodi. I manifestanti della sinistra antagonista non contestano solo l’accordo del governo sul welfare, ma anticipano le grandi battaglie che i partiti dell’ultrasinistra faranno contro il Pd. Il tutto in piazza. Dove non c’è spazio per i compromessi, le mediazioni, i toni pacati, ma solo per gli slogan gridati, le frasi stentoree e l’appello agli umori più istintivi e viscerali della gente. Insomma, è bizzarro che sia la maggioranza a rendere evidente che il ritorno della piazza svuota e annulla il Parlamento, uccide la legislatura ed evidenzia come l’unica speranza di salvezza passi attraverso l’immediato ritorno alle urne. Ma tant’è. E Prodi se ne farà una ragione.