Pierfranco Bruni risponde al richiamo della terra

Ossessivo, malinconico, senza rancore. La politica e la letteratura, l’amore e il tempo che ne lascia soltanto il ricordo, la bellezza della natura tra il vento della terra aspra del Pollino, in Calabria. Tre racconti, un tema costante in cui le riflessioni politiche, filosofiche, letterarie si intrecciano per parlarci di un’epoca di disillusioni, di amarezze. Soltanto i ricordi, paradossalmente, rimangono a indicare la strada verso il futuro.
«Ciò che ci frega o ci ha sempre fregato è la nostalgia. Noi siamo i nostalgici della nostalgia». Chi scrive sa di essere altrove mentre tutto cambia, ma la coscienza delle proprie origini è un valore inestimabile, quello che non fa perdere l’orientamento. È ciò che suggerisce Pierfranco Bruni nel suo ultimo libro Il mare e la conchiglia (Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, pagg. 109, euro 15). Lo scrittore, di origine calabrese, in questo racconto-verità, composto da tre lunghe storie, descrive la vita di un uomo che ha trascorso i suoi anni più significativi impegnato nel lavoro politico. Formatosi negli anni Settanta, quando la politica per un giovane era una promessa e una speranza, il protagonista, che ricalca in modo non celato le esperienze dell’autore, attraversa quella nuova fase della vita nazionale passata sotto il nome di Seconda Repubblica, cercando di portarvi lo spirito e i valori che lo avevano catturato fin dagli anni giovanili. Ma la politica delude: «Questi sono i giorni della mediocrità. Io ho attraversato i fiumi della coerenza, ma ciò che premia è l’incoerenza, il sapersi accordare sulle comodità».
Rimangono alcune certezze essenziali, a cui aggrapparsi, rimane la propria terra, con i suoi paesi e le sue genti, inesauribili fonti di sentimenti che rievocano valori arcaici: «Un paese, nonostante tutto, è un gioco di favole». Tutto è andato via, tutto si ripete nelle antiche ritualità: i vestiti della festa, le passeggiate serali, la fiera, la messa, le donne nei chitoni e i capelli avvolti sul capo, le anfore poggiate sui fianchi o in equilibrio sulla testa.
Pierfranco Bruni, studioso della Magna Grecia, delle sue etnie e delle minoranze linguistiche, fa rivivere nelle pagine del suo libro il mistero sempre nuovo della propria terra capace di restituire energia creativa quando le disillusioni della vita sembrano aver preso il sopravvento, lasciando amarezza e sconforto. Ecco, riappare mai trascurata la letteratura, un vizio che non permette di dimenticare. Che cosa? I valori che hanno cementato una vita. Ormai, dice il protagonista, scrivo parole non per raccontare, ma per raccontarmi: certo, i ricordi devono restare ricordi, non si possono trasformare in nuovi giorni da vivere, tuttavia diventano scrittura, e attraverso la scrittura si ritrova se stessi, soprattutto si torna a credere in se stessi e al senso di dignità con cui si è vissuta la propria coerenza.
Queste di Pierfranco Bruni sono pagine molto intense che nascono dalla penna di uno scrittore vero, consapevole della complessità tecnica richiesta dal trasferimento di un’emozione personale in un’esperienza narrativa. Consapevole anche della necessità di non poter giocare nelle pieghe del linguaggio, tra le facili seduzioni delle parole: «Per uno scrittore, la fantasia è nella vita e la vita è nell’incanto della parole che raccordano il tempo alle metafore del vivere. Lo scrittore sa», conclude Bruni, «che nelle finzioni ci sono nostalgie e verità mai taciute, ma mai pronunciate».