Piero Gobetti, il suddito della libertà

Prima che un politico, Piero Gobetti fu un vero fenomeno come intellettuale. Ebbe doti eccezionali di organizzatore culturale e scopritore di talenti. Pubblicò Ossi di seppia di Eugenio Montale e La rivoluzione meridionale di Guido Dorso, quasi due sconosciuti allora. A diciassette anni, studente del primo anno di giurisprudenza, fondò Energie Nove (1918), quindicinale giovanile che si batteva per il rinnovamento culturale. Un obiettivo, quasi un sogno, che Gobetti perseguì tenacemente, con logiche e naturali implicazioni politiche. Ne venne più tardi La rivoluzione liberale (1922), rivista di battaglie politiche, e infine, per aggirare l’ostacolo della censura fascista, Il Baretti (1924) periodico letterario che s’ispirava all’opera del critico torinese Giuseppe Baretti, che nel Settecento con La Frusta letteraria fu protagonista di polemiche che segnarono momenti di innovazione culturale che lasciarono tracce anche a Londra, dove morì nel 1789. Al Baretti collaborarono Croce, Montale, Salvemini, Einaudi, testimoni della stima che il poco più che ventenne direttore s’era guadagnata nell’Italia intelligente e colta di quegli anni. La fenomenale vita di Gobetti fu spezzata a 25 anni (era nato a Torino nel 1901). Morì a Parigi il 15 febbraio del 1926, come conseguenza dell’aggressione fascista subita nel 1924 a Torino. La sua tomba è al cimitero Père Lachaise di Parigi.
Spirito vigorosamente critico, si avvicinò alla politica col gruppo «Amici dell’Unità», attivandosi molto con la «Lega democratica per il rinnovamento nazionale», che faceva capo a Salvemini. Ne fu deluso e se ne allontanò, mettendosi in contatto con l’Ordine Nuovo di Gramsci. Nel 1919 si recò a Firenze, dove conobbe Prezzolini, cui si ispirò intellettualmente, che ebbe per lui grande considerazione nonostante la diversa visione politica. Anche Togliatti, che lo conobbe all’Ordine Nuovo, ebbe stima di lui, più di Gramsci, che qualche giudizio ingeneroso se lo lasciò scappare, sul giovane liberale.
Il liberalismo di Gobetti fa molto discutere tra i liberali. Tuttora costituisce una sorta di alibi, per liberali in via di spostamento verso l’Unione prodiana. La sinistra stessa se ne avvale per darsi uno spolvero liberale. Manlio Brosio, che ebbi l’onore di conoscere negli anni Settanta (morì nel 1980 a 82 anni) mi raccontò di averlo avuto compagno all’Università (Brosio aveva tre anni più di Gobetti) e già allora di averne discusso la sua concezione di liberalismo radicale, che considerava un obiettivo la partecipazione delle masse popolari alla vita dello Stato. Ebbe attenzione per l’opera di Lenin e Trotsky e al bolscevismo attribuì il merito di aver liberato il popolo russo dall’oppressione zarista. Arrivò ad ipotizzare un incontro tra liberalismo e comunismo, che egli vedeva allora come movimento socialista. Immaginò un rendez-vous tra il suo liberalismo dinamico e progressista e l’egualitarismo socialista.
Vivissima intelligenza, animata da ansioso spirito di ricerca, a Gobetti mancò il tempo di analizzare e giudicare serenamente, soprattutto alla luce dei fatti seguiti alla rivoluzione d’ottobre, gli sviluppi politici del materialismo storico e lo svolgersi del regime bolscevico, che arrivò fino all’assassinio di Trotsky e a ben altri crimini. Ci fu indubbiamente una grande illusione, nella concezione liberalsocialista di Gobetti, che non ebbe il tempo di passare dalla delusione alla realtà. La giovane età lo portava all’intransigenza morale, certamente la sua qualità umana e intellettuale più ammirevole, ma anche la più condizionante, fino a portarlo a posizioni tranchant.