Piersanti, così si esce dalle paludi letterarie

Convince «Il ritorno a casa di Enrico Metz», sorta di «conte philosophique» borghese

La razza dei grandi uomini si è estinta. I rari esemplari superstiti sono ritenuti tali soltanto per la loro forma, non per le loro dimensioni: un po’ come le lucertole o le iguane che ricordano i dinosauri. È questo il ritornello con cui il protagonista de Il ritorno a casa di Enrico Metz di Claudio Piersanti (Feltrinelli, pagg. 204, euro 15) si schermisce quando provano a ricordargli che ha solo cinquant’anni: potrebbe rinascere uomo politico, il suo presente potrebbe essere gravido di un brillante avvenire se solo accettasse di stringere le mani agli uomini «importanti» che hanno bisogno di lui, celebre avvocato scampato per il rotto della cuffia a un crac finanziario e tornato da qualche settimana a vivere nella sua città natale. Una città che forse è Bologna, ma che potrebbe essere un qualunque capoluogo padano, ricco di soldi e di storia. Metz, però, preferisce non stringere niente. La moglie superimpegnata è rimasta a Milano, i figli vivono per conto loro: può dunque finalmente afferrare il proiettore impazzito e riportare la velocità dei fotogrammi a un ritmo compatibile con una vita normale. Meglio allora limitarsi a un piccolo studio, a pochi clienti scelti e a qualche amico d’infanzia invecchiato bene con cui bighellonare sotto i portici. Semplice, no? Bastava concedersi lo scatto mentale raffinato e un po’ snob di chi si accorge che guidare una fuoriserie è noioso, una volta scoperti i piaceri celestiali della bicicletta. Tutto andrebbe a meraviglia, non fosse che un romanzo costituito da un unico, lungo idillio non starebbe in piedi.
Entrino dunque in scena i maggiorenti locali, ritratti con sinistra precisione: senatori, primari, accademici. Temono che la sonnolenza professionale di Metz nasconda una trappola, ma anche se non nascondesse nulla farebbe lo stesso: chi non è con loro è contro di loro. Non è precisamente uno spot pubblicitario sul way of life emiliano-romagnolo, questa parte del romanzo: Stato e società civile appaiono accolite di mafiosi. Per esempio Polizia e Guardia di finanza si muovono solo quando un membro della proterva «palude» cittadina decide di perseguitare il nostro avvocato, il quale non ha colpe e vorrebbe solo, novello Candido, coltivare il proprio giardino. In un passaggio che farà discutere, l’uomo per salvarsi dovrà persino fare delle dichiarazioni ufficiose di non belligeranza a un medico ben introdotto, mentre questi segna su un taccuino la lista dei magistrati e dei funzionari da «ammorbidire». Del resto anche Metz, sotto sotto, non brilla per virtù civiche, come rivela il culto prestato al cinico e disonesto ingegner Marani, il suo ex datore di lavoro.
Quando la palude decide di colpire, il Nostro si trasforma in uno di quei personaggi di Schnitzler che sembrano condannati a precipitare sempre più giù, fino a perdersi: comincia a bere, pianta in asso i pochi clienti, tradisce goffamente la moglie con la segretaria. Riuscirà a risalire la china? Lasciamo che a scoprirlo sia il lettore, al quale tuttavia molliamo una rogna: stabilire se il protagonista di questo convincente e solido conte philosophique sia un sepolcro imbiancato, un compagno che sbaglia o infine una chimera che al pari dello stato di natura secondo Rousseau non esiste, non è mai esistita e forse non esisterà mai.