A Pietrasanta l'«acquario pittorico» di Giovanni Frangi

Nella galleria di Barbara Paci si inaugura una grande installazione dell'artista milanese dedicata alla Natura

La grande pittura contemporanea è di scena a Pietrasanta negli spazi della galleria di Barbara Paci. L'artista milanese Giovanni Frangi, appena reduce da una personale al museo Mart di Rovereto, inaugura infatti in questi giorni una grande installazione pittorica intitolata Wabi Sabi. L'opera si presenta come un magico acquario, in cui un milione di piccoli pesci si agitano e si muovono in gruppo, come piccoli atomi impazziti, schegge di un universo biologico. Un segno leggero ed ininterrotto che coinvolge tutto lo spazio espositivo. In questo labirintico wall drawing, Giovanni Frangi inserisce una serie di dipinti che dialogano con l'ambiente e con lo spettatore, sino a creare un vero e proprio ritmo sinfonico. Artista milanese il cui percorso è contraddistinto da un uso poliedrico di linguaggi e da una particolare riflessione sulle tematiche naturali, Giovanni Frangi da tempo si mostra interessato a portare il suo lavoro ad interagire con l'ambiente che lo abita. Così nel "Richiamo della Foresta" alle Stelline di Milano (1999), o in "Nobu at Elba" a Villa Panza a Varese (2004); così a Pietrasanta dove Frangi sceglie l'opera totale; pur essendo un artista con una storia legata ad una visione in senso classico della pittura, il suo lavoro, ancora una volta, entra in sinergia con l'ambiente trasformando lo spazio della galleria in un immenso acquario.
Nella nuova storia che Frangi racconta, riprende, in realtà, il filo di un racconto interrotto da poco: da un lato il "View-Master" del fondo del mare presentato a Firenze da Poggiali nel 2006, dove aveva creato una grotta tridimensionale in gommapiuma e dall'altro di "Underwater", realizzato per la Galleria dello Scudo di Verona nel 2007 con una serie di immagini su tele emulsionate che rappresentavano grotte, alghe, pesci rossi, pesci azzurri, anemoni e stelle marine. Rispetto a precedenti installazioni come Nobu at Elba, realizzata per Villa Panza a Varese, l'intervento differisce profondamente sotto il profilo metodologico. L'effetto spiazzante, in questo caso, non è determinato dall'illusorietà della forma e dal gigantismo dei supporti, quanto piuttosto dal ribaltamento delle categorie di contenuto e contenitore e di figura- sfondo. Nel progetto Wabi Sabi l'artista tenta cioè di trasformare lo spazio stesso in opera, ovvero il soggetto diventa l'ambiente stesso mentre l'oggetto perde la sua aura di unicità per entrare a far parte di un unico organismo in cui ogni elemento è legato all'altro in un continuum narrativo, oltre che cromatico. "Paradossalmente mi disturba l'idea che lo spettatore si concentri sulla singola opera, viceversa vorrei che il suo occhio si perdesse in un viaggio senza fine" mi ha confidato l'artista durante il progetto. Lo spettatore è avvolto a 360 gradi in una composizione dinamica che, ancora una volta, attinge dai dati della natura, in questo caso da un fondale marino, tema già in parte affrontato nella precedente esperienza di "Under Water". L'elemento naturalistico, qui una miriade di pesciolini che nuotano nell'indaco, è il modulo con cui l'artista costruisce una composizione calligrafica che entra ed esce da questo acquario delle meraviglie, ogni volta ad esaltare ed evaporare la rappresentazione, come fossero picchi di un diagramma. L'opera dà vita ad una sorta di alfabeto biologico e la pittura lascia spazio, molto più che nel passato, alla musicalità del disegno rispetto a una materia lontana ma nel segno incombente. Sono le immagini di quell'inconscio mito-poietico di cui parlava Jung e che ispirò l'opera di molti artisti.
Mai forse come in Wabi Sabi, la pittura acquisisce per l'artista quella divina leggerezza da cui ha sempre tratto ispirazione la tradizione orientale, mentre la potenza del gesto è presente ma trattenuta a favore di un'orientale decorativismo. Anche il colore si fa più essenziale e a tratti scompare liquido per poi raggrumarsi in accenti primitivi.