PIETRO CITATI La critica come letteratura

Da Omero a Proust, da Kafka a Calvino: i suoi studi raccolti in un «Meridiano»

«Tutto è fuoco e liquefazione, come dicono i Salmi e i testi del Tao. In questo momento fuori dal tempo, l’anima conosce i misteri della sapienza divina: “quelle parole misteriose che non è lecito all’uomo proferire”».
Esce ora da Mondadori un fulgido «Meridiano» di Pietro Citati, ottimamente curato e vorremmo dire incorniciato da Paolo Lagazzi (La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov, pagg. CV+1882, euro 49), il cui saggio introduttivo, «Il castello e il giardino», è una ricognizione essenziale di un’opera, un periodo, una vasta temperie storica ed estetica. La ricchissima summa comprende tre interi libri, quello sull’Odissea, La colomba pugnalata. Proust e la «Recherche», il Kafka e innumerevoli studi, dal Mondo Classico al tramonto del Novecento. Tutto è fuoco e liquefazione nella narrante arte critica di Pietro Citati, figura tra le più prestigiose del panorama letterario non solo nazionale, ma anche europeo (nato a Firenze nel 1930, ha vissuto in numerose città, da Torino a Cervo Ligure, Pisa, Zurigo, Monaco di Baviera, ed infine, da molti anni a Roma, con tanti viaggi e lunghi soggiorni a Parigi).
Critico/Scrittore lo si è detto, rispolverando antiche etichette, capace di affabulare l’esegesi limpida e misteriosa dei migliori romanzi, dei più grandi poeti: «Nella tragedia di Sofocle, Aiace - il nemico tradizionale - dice di lui: “Ulisse vede tutte le cose”. Con la sua mente flessibile e ricca di colori, vede - cioè, per i Greci, conosce - ogni cosa: la qualità di un legno, di una roccia, di un pensiero, di un sentimento. Allora lo sguardo diventa luminoso...». Così i saggi di Citati, e la sua mente colorata, pazientemente, mimeticamente ulissiaca, sono un’ininterrotta mostra visiva, un’abbacinante Pittura di Parole: «Nel cuore del quadro - evoca Vermeer -, a metà tra l’ombra e la luce, c’è una bilancia. Senza muoversi o temere l’ombra, la donna ne mantiene i due piatti in equilibrio. La bilancia non pesa nulla di visibile: né oro né perle; con infinito scrupolo la donna con l’ermellino pesa i sentimenti, le passioni, le azioni, la vita complicata della coscienza, e li tiene in armonia».
Anche la maestria critica di Pietro Citati sembra avere quel volto sereno, e «l’espressione quasi sorridente; perché, se la pesatura della sua anima sarà esatta, se l’equilibrio in lei e attorno a lei sarà perfetto, un’identica pesatura la salverà il giorno del Giudizio Universale. Il Giudizio perde ogni aspetto terrificante: né dannati né grida; solo il lieve, definitivo balzo oltre il tempo». Perché la modernità ha radici profonde, millenarie: «Quando Omero canta, dopo aver invocato le Muse, tutto è qui. Ogni altrove è abolito e dimenticato. Esse conoscono ciò che accadrà con la stessa esattezza che rivela loro ciò che accade qui, e ora, o è accaduto un secolo prima. Hanno la memoria del futuro».
Spesso accusato di snobismo o di aura elitaria, Citati non si è mai sottratto ai diritti e ai doveri del giornalismo colto, della divulgazione nobile dei problemi e della diagnosi sociologica. Affronta però la realtà con sguardo largo e magnanimo da nocchiere oceanico, ammiraglio dei grandi mari aperti. Non gli basta navigare sottocosta: la critica militante come regesto e amplificatore di mere novità editoriali, grancassa di effimeri o duraturi exploits, vizi e vezzi culturali. C’è una poesia di Pasolini del ’63, che già lo ritrae, «come Sordello, disapprovante e innamorato».
Gli occorreva qualcosa di più: «Musica e religione, arte e metafisica sono la stessa cosa. Alla fine della sua vita, nascosto sotto le spoglie del cane, Kafka aveva compreso che, attraverso tanti meandri e dissanguamenti e buffonerie e dolori, non aveva fatto che indagare l’Uno». Come il Goethe olimpico che tanto ha amato, a partire dal suo primo, memorabile saggio del ’70, Citati si distende, si reclina sul suo Divano occidentale-orientale e ci riassume il Simposio di Platone o le Metamorfosi di Apuleio; ma con lo stesso sguardo lungimirante, avvolgente e ubiquo ci racconta la grande migrazione dei guerrieri Sciti e l’India fatale di Alessandro Magno, indaga nei cieli della Persia più mistica e zarathustriana «Il viaggio degli uccelli», si cala nel Perù degli Incas, insegue attraverso il capolavoro taoista Chuang-tzu l’adorazione dell’Uno ineffabile...
Metodo e stile sono rituali, sacramentati come gli strumenti apotropaici di un vero sciamano delle lettere. Spagnoletti, già ai tempi de Il tè del cappellaio matto (1972), parlò di un «sogno di spersonalizzazione», «pervaso da una fierezza solitaria». Partito continiano, attratto dall’«abbraccio tra fantasia ed esattezza» del grande filologo, cavalcò abilmente la stilistica (già nel ’59 traduceva Leo Spitzer, aderendo al sogno e alla pratica di una critica «mimetica»), ma in epoca di strutturalismo si tenne ben lontano da ogni sirena formalista o semiologica... «Inoltrandosi per foreste di simboli, Citati ci porta lontano, sull’onda della sua prosa - lo ammirava Attilio Bertolucci - tanto da farci temere di non poter più uscire dal labirinto da lui costruito».
Affascina questo intrecciato compendio della «Civiltà Letteraria Europea»... È come se Citati riprendesse le fila da dove le avevano lasciate De Sanctis e Croce, Mann e Borgese, Cecchi e Praz, Musil e Pessoa, perfino Baudelaire e Gramsci, Stendhal e Conrad, De Quincey e James, Rimbaud «poeta veggente» e il suo «disgusto dell’Europa»... Qui vortica e si rimescola tutta la nostra continentale, atavica memoria del futuro: i susseguenti scambi tra le arti (e le lingue!) che furono insieme il labirinto e il giardino, il paradiso e la dannazione di Savinio e Borges, Joyce e Svevo, Gadda e Nabokov, Virginia Woolf e Paul Valéry, Simone Weil ed Emile Cioran - fino appunto agli amici scomparsi, Elémire Zolla e Cristina Campo, Manganelli e Calvino, Bertolucci e Bassani...
Italo Calvino lo stigmatizzò, è vero, ai tempi del Menabò e del Mare dell’oggettività (1960): non approvava quel vagheggiato mondo della letteratura, a suo dire, «privo di tensione storica», né il suo amore per una critica mimetica «aliena da ogni scatto attivo... esornativa, pleonastica»; «operazione mistica, di rivelazione, di comunione cosmica». Ma poi gli divenne profondo amico, e nel tempo ebbe ragione Citati.
E forse ha ragione Lagazzi, il critico che più gli si addice è un quieto, dissimulato mago dell’800: quel Sainte-Beuve, postromantico, inimicato amico di Hugo, che fu il primo a parlare di un Leopardi europeo (proprio su Leopardi Citati sta elaborando la sua ultima, esaustiva ricerca). Sappiamo che Proust rivolse Contro Sainte-Beuve e il suo eccesso di psicologismo un fiero pamphlet... Ebbene, la vis critica di Citati, la sua incarnata arte del ritratto, è come uno strano Giano bifronte che assomma il talento estetico, il gusto visionariamente effusivo di Proust e, insieme, la caparbietà analitico-biografica di Sainte-Beuve, capace come pochi di entrare da grande attore nel personaggio/autore. Cosa fa Citati se non vestire i panni stretti o comodi, vellutati o sdruciti, moderni o d’epoca, di Alessandro Magno e Tolstoj, Proust e Kafka, perfino Ulisse o Katherine Mansfield (e come Flaubert con Madame Bovary, potrebbe proclamare: «c’est moi!»)?
Qui la pagina è una Macchina del Tempo, e l’iridescente sartoria teatrale è la vita stessa, quell’aerea inquietudine che adora in Mozart, e per cui detta come un’epigrafe assoluta sul controcanto biologico e sullo spartito assoluto della Scrittura: «Abitò le passioni, i dolori, gli strazi, le insopportabili lacerazioni del cuore, - e ne trasse quel liquido, mobile slancio, quell’aerea inquietudine, quel mite respiro, che sembra valicare tutti i confini tra i mondi».