Pietro Spirito fa un’immersione nella memoria

La tragedia del sottomarino «Medusa», nel ’42, al centro di «Un corpo sul fondo»

La nostra epoca non è generosa con la memoria. Pensiamo più che altro al presente, e ciò che è passato è passato. Ma cosa succede se la storia, per caso e per astuzia, entra nella nostra vita? Ecco, questa credo sia la domanda fondamentale dell’ultimo romanzo di Pietro Spirito, Un corpo sul fondo (Guanda, pagg. 237, euro 14).
Il racconto inizia con un giornalista triestino che, nei giorni in cui tutta la stampa mondiale ha gli occhi puntati sulla tragedia del sommergibile russo «Kursk», viene a conoscenza di un episodio simile avvenuto nel 1942 al largo della costa istriana. Il sommergibile italiano «Medusa», al termine di un’esercitazione, viene intercettato e affondato da un siluro britannico. Quattordici uomini dell’equipaggio rimangono intrappolati sul fondo. Per salvarli si mette in movimento l’intera Marina. Ma nel giorno in cui il relitto deve essere recuperato si scatena una bufera che costringerà a desistere. A confessare questa storia, con alcune dietrologie ossessive, è un vecchio marinaio, ex Decima Mas, che si sente in parte responsabile dell’accaduto. Il giornalista trova il racconto interessante, come articolo di contorno agli avvenimenti più attuali. Decide quindi di approfondire e piano piano si immerge nelle verità, nelle controverità, nelle astuzie, nelle coincidenze, nei simboli, nelle paure e nelle angosce che il passato, quando viene riscoperto, sempre porta con sé.
Il narratore è animato da riluttanza e da passione. Da una parte la coscienza dell’uomo contemporaneo, che si disinteressa della storia, lo porta a considerare quelle vicende dal punto di vista razionale, come un fatto poco rilevante, da portare alla luce, quasi per sondare la forza dell’ermeneutica storiografica. Dall’altra, una coscienza diversa, direi ancestrale, comincia a lavorare a livello semiconscio. Dal fondo del mare, il giornalista risente le voci delle uomini imprigionati. Vede i palombari che cercavano di attivare i manicotti per l’aria, ripercorre la loro discesa, tanto da voler scendere lui stesso. Ed ecco le coincidenze. Durante un’immersione di prova le meduse lo assalgono, quasi fossero voci di defunti. Un vicino gli fornisce un articolo di un vecchio recupero di sommergibili. Misteriosamente alcuni parenti dell’equipaggio, dopo molte ricerche, vengono ritrovati.
Ma questo gioco di rimandi non è ancora sufficiente a definire il testo che abbiamo di fronte e, se non ci fosse altro, rimarremmo nel campo del romanzo ben costruito. Spunta invece, impellente, un bisogno radicale che fornisce di spina dorsale la narrazione. La coscienza che lavora più in profondità è etica. In tutto il romanzo serpeggia il bisogno di chiudere i conti con il passato, di pagare il pegno per le morti dimenticate, come se quelle morti fossero qualcosa di nostro. Nostro comunque, al di là della partecipazione e addirittura della conoscenza personale. E non solo perché quella vicenda umana ha tratti di universalità, identificabili nel sangue dimenticato che macchia la storia umana. Ma anche e soprattutto perché ogni riscoperta deve passare attraverso la passione di chi la opera. Ogni verità modifica le fibre del presente. Ogni ricostruzione che sia vera ricostruzione del passato è sfidare se stessi. Passato e presente parlano tra loro. E l’oggetto del dialogo è chi si assume la pretesa presuntuosa di scoprire la verità. Il gioco che lo storico crede di condurre è un inganno che ha per posta il suo stesso senso della realtà.