La pigrizia come genere letterario

Nato in Egitto nel 1913, vive in Francia dagli anni ’40. Nei suoi romanzi l’elogio dell’ozio e della povera gente

Albert Cossery è un signore di più di novant’anni, abbigliato con l’eleganza frusta e fuori moda di un vecchio dandy e che da mezzo secolo alloggia in un piccolo albergo di rue de Seine, La Lousiane, nel quartiere di Saint Gérmain-des-Prés. Il volto scavato su un corpo ossuto e come risucchiato, la voce ridotta a un bisbiglio rauco dopo un intervento, anni fa, alle corde vocali, questo principe della scrittura è nato in Egitto, al Cairo, ed è fra gli autori arabi di lingua francese il più affascinante e il più segreto...
In Italia Cossery è conosciuto poco e male: Mendicanti e orgogliosi è uscito per le edizioni e/o (pagg. 224, euro 12,91) alla fine degli anni Novanta, Ambizioni nel deserto per l’editore Spartaco (pagg. 193, euro 15) due anni fa e solo adesso Rizzoli manda in libreria Gli uomini dimenticati da Dio (pagg. 121, euro 8,60). È un peccato perché nel corso di una carriera che dura ormai da settant’anni Cossery ha scritto, pur nella diversità delle trame e delle situazioni, fondamentalmente sempre lo stesso romanzo e una pubblicazione sparsa, ridotta e distanziata non riesce a rendere conto della ricchezza che invece sprigiona dalle Oeuvres Completes che, oltralpe, l’editore Joëlle Losfeld ha raccolto in due volumi. Qui, libro dopo libro, un’intera umanità è chiamata a raccolta per raccontare la propria quotidiana battaglia della vita e per la vita.
Tuttavia, se il disinteresse nostrano può essere imputato a fattori vari che in questa sede interessa poco analizzare, va anche detto, a parziale scusante, che la stessa Francia ha avuto nei confronti di Cossery un’attenzione editoriale altalenante e solo da un ventennio premi e riconoscimenti hanno cominciato ad accumularsi intorno a lui. Per completare il quadro va aggiunto che pochi scrittori hanno praticato, come il nostro, al massimo grado l’arte della flânerie, ovvero il rifiuto della mondanità e del successo, il disinteresse per il denaro e per la visibilità: ha scritto insomma più per il piacere che gli dava la scrittura che non per un impegno, una realizzazione, una professione. L’idea che scrivere potesse essere anche un lavoro è di quelle che a Cossery deve essere sempre sembrata una bestemmia. Così come, del resto, l’idea che il lavoro nobiliti l’uomo.
Autore di lingua francese e che da mezzo secolo abita a Parigi, tutta la sua narrativa ha però per epicentro il mondo arabo della propria giovinezza. È come se partendo dal Cairo si sia portato dietro, nascosto nelle valigie della mente, un universo già formato e a questo universo, romanzo dopo romanzo, abbia dato fondo. Ne sono protagonisti e lo popolano personaggi marginali: ladri, straccioni, prostitute, ex professori finiti in miseria, ragazzi di buona famiglia che hanno rinunciato a qualsiasi carriera... La marginalità in Cossery non è uno stato di necessità, l’effetto di un rovescio economico, lo specchio di un conflitto sociale: spesso e volentieri è una scelta. I suoi romanzi girano intorno a un unico concetto: la felicità è roba da poveri. Già i titoli ci mettono sull’avviso: Mendicanti e orgogliosi, Un complotto di saltimbanchi, Gli uomini dimenticati da Dio, La violenza e l’irrisione, I fannulloni nella valle fertile... E ai titoli corrispondono i caratteri di chi è chiamato a rappresentarli: gente che al progresso, al consumo, al potere oppone un’ostinata resistenza fatta di ironia, disprezzo, passione per la vita nelle sue forme più elementari, il sesso, il sonno, il sogno, la contemplazione, la meditazione. Il risultato è la straordinaria ricostruzione di un mondo arabo-mediterraneo di segno rovesciato rispetto agli elementi classici dell’Occidente e dove gli infelici sono quelli che inseguono il successo, quelli che detengono il potere, quelli che lottano per mantenerlo.
Questa visione anarchica, panica e primordiale non ha nulla a che vedere con una interpretazione impegnata e/o progressista dei rapporti sociali. Cossery guarda con disinteresse a tutte le ideologie e mette sullo stesso piano chi pensa all’emancipazione dei popoli e chi lavora al loro sfruttamento. La sua formula letteraria e umana consiste nel negare qualsiasi valore al possesso, consiste nel sostenere che meno si ha e più si è felici, che solo chi non può essere spogliato di nulla è veramente libero di fare tutto. Una formula che nel primo caso dà vita a figure ricchissime di profondità e di ironia e che nel secondo gli ha permesso di fare questa esistenza da principe povero nel cuore dell’Europa culturale, vivendo pressoché con niente, niente chiedendo e tutto accettando, in una logica di solidarismo difficile eppure percorribile.
Nato nel 1913 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, madre analfabeta, il padre che tutt’al più leggeva il giornale, Albert scopre la scrittura a dieci anni, sui banchi dei Frères des écoles chrétiennes. La scopre nello stesso tempo in cui scopre il francese, «la lingua dei libri». Sbarcato in Francia negli anni ’40, a Parigi si lega a Camus, Giacometti, Henry Miller, Boris Vian: frequenta i locali notturni, La Rose Rouge, è ospite a cena da Lipp, per l’aperitivo al café Flore... È un’educazione letteraria e sentimentale - Cossery ha sempre avuto un debole per le belle donne, specie se giovani, specie se colte sul crinale dell’adolescenza - che fa tutt’uno con un’educazione alla vita in cui la pigrizia e l’ozio, ovvero la lentezza e la riflessione, sono le barriere da ergere contro la modernità, la velocità, la fretta, l’accumulo. Nella balzacchiana Commedia umana di Cossery gli unici per cui valga la pena appassionarsi sono la racaille, la canaglia, la ciurmaglia di un quarto Stato senza dignità sociale.
Ma proprio perché racconta la realtà araba della sua giovinezza, questa racaille, in realtà, non è di classe: le classi sono una creazione occidentale, trapiantata nel mondo arabo e a proprio modo attecchita fra sedimenti feudali, divisioni sessuali, retaggi ancestrali... Fra il popolo e il nobile c’è molto più commercio di quanto non ce ne sia fra il popolo e il borghese, fra la borghesia e la nobiltà. L’industrializzazione e la proletarizzazione scavano ulteriori solchi, creano nuove stratificazioni sociali, avviano un processo di corruzione, di decadenza e di impoverimento pur nell’apparente nuova prosperità di cui Cossery dà conto senza farsi illusioni e cercando, nell’ottica di una resistenza passiva, di ritardare il più possibile il disastro inevitabile e finale. Curiosamente, l’elemento religioso è del tutto assente da un tale orizzonte, e questo la dice lunga su quanto il fondamentalismo islamico sia più un effetto che una causa dei tempi. Allo stesso modo l’elemento erotico-sessuale, invece presentissimo, racconta un mondo molto più aperto e molto più portato al piacere di quello che da un decennio a questa parte viene spacciato come costitutivo di quella civiltà.
Con i suoi fannulloni, i suoi saltimbanchi, i suoi filosofi e i suoi imbroglioni, Cossery ha una sorta di rapporto simbiotico: li racconta non solo perché li conosce, ma perché in fondo è uno di loro. Questo dà ai suoi romanzi il colore e il sapore della verità, della naturalezza. Joëlle Losfeld, il suo editore, ha detto in un’intervista: «Ci piacerebbe che gli scrittori assomigliassero ai loro libri. Albert mi ha riconciliato con questa idea».
Per tornare ai romanzi tradotti in italiano, Ambizioni nel deserto, che è del 1984, già annuncia la guerra del Golfo, a dimostrazione di come Cossery sia uno scrittore consapevole di ciò che lo circonda, ed è il racconto di una finta guerriglia scatenata all’interno di un povero emirato in una delirante logica che mira a trovare all’esterno il nemico da abbattere. Rispetto a Mendicanti e orgogliosi è tuttavia un libro minore, pur se con personaggi molto ben costruiti, perché è in quest’ultimo, scritto negli anni ’50, che Cossery presenta al massimo grado tutti gli elementi della sua arte. C’è un delitto in un bordello, un delitto assurdo, nichilista, ma senza il disprezzo-distacco che si dovrebbe avere per la vittima. C’è un poliziotto che sogna un assassino intelligente quanto lui, e un assassino che ritiene di avere compiuto un delitto stupido e però, a suo modo, innocuo. C’è l’intellettuale rivoluzionario che si vorrebbe spacciare per assassino e c’è la prostituta che dallo pseudo assassino non vuole essere redenta... Il tutto sullo sfondo di una città che marcisce e dove l’unica salvezza è nel non far nulla, chiamarsi fuori dallo sfascio, sopravvivere, annullarsi nell’estasi della droga e della vita.
Insieme con Un complotto di saltimbanchi è probabilmente il miglior romanzo di Cossery, ma, come dicevamo all’inizio, in realtà ciascuno rimanda all’altro, nella logica dei protagonisti, negli intrecci, nell’ambientazione. E tutti rimandano a una sorta di strano inno alla gioia di vivere, alla bellezza della semplicità della vita, ancor più affascinante perché fatto cantare dai più disgraziati, dai più deboli, dai più senza difesa, la schiuma della terra, appunto, i reietti della storia... La gioia data dalla vita in quanto tale, dalla capacità di godere con poco e appassionarsi a tutto, di assaporare ogni singolo momento e di sapersi bastare, dal riso e dal sesso, dalla consapevolezza che non è necessario avere per essere e che padroni di niente si è signori di se stessi.