PIRAMIDI Salire fino all’immortalità

Tutto cominciò con una perdita di potenza del suo ricognitore. James Gaussman, pilota dell’US Air Force, era in volo di routine tra Annam, India, e Chongqing, nel Sichuan cinese. Era la primavera del 1945. «Compii una virata - rivelò l’aviatore nel suo rapporto - per evitare una montagna, e ci trovammo a sorvolare una bassa vallata. Dritta, davanti a noi, ecco una gigantesca piramide bianca. Pareva qualcosa uscito da un racconto di fate. La ammantava un bianco abbagliante. Poteva essere metallo, o un qualche tipo di pietra. Era di un candido immacolato su ogni fianco. Ma l’oggetto più incredibile era la punta, un segmento enorme di un materiale simile a quello dei gioielli, probabilmente cristallo. Non c’era spazio per atterrare, anche se io e il navigatore volevamo farlo. Eravamo sbalorditi dall’immensità dell’oggetto».
Così la Cina entrava a far parte del club dei Paesi possessori di piramidi. E con questo, nell’almanacco dei più densi misteri culturali e archeologici. Anche se l’etimologia rimanda a una realtà domestica e culinaria (pyramìs è, in greco antico, la «torta di frumento», con probabile riferimento alla forma dei monumenti faraonici), la piramide è un solenne enigma da sempre. Gli Egiziani, nel Papiro di Rhind, la chiamavano per-em-us, «ciò che va su». Sulla scia di Pitagora, Platone la includeva nella lista dei solidi mistici, insieme al cubo (cifra di solidità e idolo dell’elemento terra), alla sfera (segno d’aria) all’icosaedro (l’acqua) e al dodecaedro, sintetica cifra dell’universo. Con la sua rastremata dinamicità, simile alla fiamma, la piramide era l’anima del fuoco, elemento pervasivo, vitale collante del tutto. Gli analisti dei simboli scorgono nel poliedro la collina sorgente dalle acque primordiali, cassaforte della vita, e perciò perfetta macchina per conservare l’esistenza, tumulo regale per i sovrani nilotici, eletti all’immortalità.
L’inclinazione dei lati, nei colossi di Giza (147 metri di lunghezza e 230 di lato per la piramide di Cheope, due milioni e mezzo di massi calcarei, per sei milioni di tonnellate, unica delle Sette Meraviglie sopravvissuta) ricorda l’obliquità dei raggi solari dalle nubi: il manufatto sarebbe una scala, un ascensore per il cielo, un canale di raccordo fra terreno e cupola stellata. Il suo perimetro di base risulta uguale alla circonferenza con raggio pari all’altezza. I mistici sentono fremere in quelle pietre la quadratura del cerchio, la convergenza alchemica dei quattro elementi e, congelato nell’elaboratore profetico, il calcolo di ogni evento, anche futuro. Laddove svetta una piramide, magia e mistero imperano.
Ad Angkor Wat, Cambogia, epoca Khmer, nel sito religioso più vasto del pianeta, mausoleo di Suryavarman II, cinque torri piramidali emulano Menu, montagna sacra, solido di cristallo di rocca, rubini, lapislazzuli e puro oro emerso dall’oceano del cosmo a dimora del pantheon Hindu. Nel modello terrazzato, come lo ziggurat di Ur, paraggi di Nassirya, Irak, la piramide fungerebbe da piattaforma di atterraggio per gli dei, che nell’edicola della sommità si riposavano, prima di scendere nel tempio per la ierogamia, le sacre nozze con gli umani. Ma forse era vertiginosa scalinata per le offerte sacerdotali. Secondo i Greci, invece, era cattedra e laboratorio di astronomia, una scienza in cui i Mesopotamici erano maestri.
Anche i precolombiani scrutavano le stelle. Motivi religiosi e pratici: erano i sacerdoti a scandire le fasi dell’anno agricolo. Così i costruttori Moche ammassarono cinquanta milioni di mattoni di fango, per i cinquanta metri d’altezza della Huaca del Sol, Tujillo, Perù, la più massiccia piramide a gradoni in adobe dell’America meridionale. Resta da aggiungere - mistero su mistero - che per una recente scuola di pensiero, le piramidi sarebbero ordigni idraulici, gigantesche idrovore di pietra che con un sistema di camere sepolte e di canali inclinati convogliavano l’acqua in pozzi di raccolta, nuclei civici dei villaggi e delle prime formazioni urbane.
Nel giugno del 2006 l’agenzia di stampa cinese Xinhua riferiva che un gruppo di scienziati studiava le rovine di una piramide, alta una sessantina di metri, sperduta nella depressione di Qaidam, prefettura tibetana di Haixi, che la vicinanza di laghetti e un complesso insieme di canali e tubature sembravano rivelare come un meccanismo di pompaggio. Non secondario ciò che emerge dai laboratori di analisi: il materiale di costruzione non solo risale a epoche remote, ma sarebbe amalgama indecifrabile, che alcuni classificano alieno. E così torniamo alla Moby Dick cinese, alla balena bianca di tutte le piramidi, prima puntata di un giallo infinito che solo recenti rivelazioni e scoperte stanno scardinando.
L’incontro ravvicinato dell’aviatore americano restò lettera morta. Gli uffici secretarono il rapporto (e la sbiadita foto allegata), riaffiorati nel 1983 sulle pagine di The Bridge to Infinity di Bruce Cathie, ufologo neozelandese che, matematica alla mano, dimostra nei suoi libri come la terra sia una colonia di pacifici conquistatori astrali.
A sparigliare le carte, il New York Times del 28 marzo 1947 pubblicò la notizia che il colonnello Maurice Sheahan, esperto aviatore, aveva visto e fotografato, tra gli impervi picchi dei Quin Ling, un’ottantina di chilometri a sud-est di Xi’an, nello Shaanxi, cuore della Cina, una piramide perfetta, altra 300 metri e di 500 metri di lato: misure da ridicolizzare i sepolcri dei Faraoni. Due giorni dopo, la bufala del New York Sunday News: la fantomatica istantanea, che però è quella di una piramide tronca, emergente dal nulla di una pianura. Era la Moby Dick di Gaussman? Sheahan aveva scambiato lucciole per lanterne? L’archeologia ufficiale di Pechino ha sempre smentito con orrore accademico l’esistenza di simili opere. «Abbiamo templi, pagode e pinnacoli: quelle che sembrano piramidi sono tumuli imperiali!» è stata la monotona rettifica.
Finché le foto satellitari hanno scoperto gli altarini. Solo nella zona di Xi’an, antica capitale, le piramidi sono un centinaio. Visitabilissime, come conferma Chris Maier, uno dei massimi esperti del campo, sfatando la leggenda che le autorità abbiano messo sotto chiave, come no go zone, proprio i siti delle piramidi. Anzi, il turismo è decollato, grazie alla scoperta, nel 1974, dell’Armata di Terracotta, gli ottomila guerrieri scolpiti e sepolti a guardia dell’Imperatore Giallo, Qin Shihuang Ling, che nel 221 a.C. mise fine alle lotte feudali dei «regni combattenti», unificando il Paese, e proteggendolo con la Grande Muraglia. Cercò l’immortalità sotto una piramide di terra compressa alta più di cento metri (oggi dimezzata dall’erosione), con i lati lunghi mezzo chilometro: una massa superiore a quella della tomba di Cheope. Alberi e cespugli la mimetizzano.
Enigma risolto? Tutt’altro. La favolosa camera sepolcrale è tuttora ignota. Dalle cronache, si sa che è fasciata di bronzo fuso. Giace a centinaia di metri sotto la struttura tombale, forse in una piramide capovolta. Nel soffitto, gemme incastonate brillano come costellazioni alla luce di lampade eterne, mentre rigagnoli di mercurio scorrono, simulando fiumi e oceani, in un plastico immenso che riprodurrebbe il reame. Più di mezzo milione di uomini lavorò all’impresa. Architetti e maestranze a conoscenza dei segreti furono sepolti nella struttura. Che è difesa da armi automatiche e «spiriti maligni», esplosivi segreti o gas tossici. Questo autorizzerebbe la reticenza degli archeologi cinesi: non esiste ancora una tecnologia di scavo per l’esplorazione.
Ma il fantasy delle piramidi cinesi sembra solo all’inizio. I ricercatori lavorano sulle riprese satellitari. Le piramidi, ubicate a nord di Xi’an (particolare intrigante, il colonnello Sheahan collocava la sua a sud, dove pare che le strette vallate dei Quin Ling non possano ospitare i tumuli giganteschi, ma non è detta l’ultima), forniscono immagini in pianta. Il computer le elabora. E scopre che sovrapponendo le sagome dei tre giganti di calcare di Giza, delle piramidi di Teotihuacan in Messico e di un gruppo di manufatti di Xi’an, il disegno coincide, con una ghiotta minuzia: l’orientamento delle piramidi egizie rispetto al Nilo è lo stesso delle consorelle cinesi sulle acque del fiume Wei He.
Un progetto unificato, planetario? Di chi? Di gente che veniva da lontano, secondo alcuni, perché nella notte, quegli allineamenti sono ben riconoscibili nella cintura di Orione. Stargate? Perché no? Forse le piramidi mondiali sono i ciottoli di qualche Pollicino del cosmo che non voleva smarrire la strada di casa. Quanto alla «piramide bianca», rileggiamo le parole di uno che di Cina se ne intendeva. Il Milione, di Marco Polo, cap. 128: della città di Ciaglu, in Catai (la regione di Xi’ian). «Qui à una terra molto salata, e fannone grandi monti, e ’n su questi monti gittano molt’acqua, tanto che l’acqua vae di sotto. Poscia quest’acqua fanno bollire in grandi caldaie di ferro assai, e quest’acqua è fatta sale, bianca e minuta. E di questo sale si porta per molte contrade».
Mistero per mistero: la visione scomparsa di Gaussman, non se la saranno venduta sui mercati e nelle drogherie di Xi’ian?
(8. Fine)