La pittrice e la scrittrice: nessuna rivalità

Libere e anticonformiste, le Stephen furono le regine del circolo londinese

Scrive Vanessa Bell nelle sue Note sull'infanzia di Virginia: «Non riesco a ricordarmi di un tempo della nostra vita in cui Virginia non abbia voluto fare la scrittrice e io la pittrice. Era stata una fortuna che ci fossimo organizzate così, perché significava che ognuna se ne sarebbe andata per la propria strada e comunque sarebbe venuto meno un motivo di rivalità». E così andò. Vanessa (1879-1961), nata Stephen, pittrice della avanguardia post impressionista inglese, era la sorella maggiore di Virginia Woolf. Quello che Vanessa scrisse - e che ora è raccolto per la prima volta in italiano da Lia Giachero in un piccolo e (molto godibile) memoir pubblicato da Donzelli, La nostra Bloomsbury (pagg. 144, euro 20) - non era concepito per la pubblicazione: erano appunti, note, forse discorsi tenuti al Memoir Club del giovedì sera, quel salotto di giovani e intellettuali che, nella letteratura del Novecento, sarebbe diventato il Bloomsbury Group. Vanessa e Virginia erano le regine di Bloomsbury, insieme al fratello adorato Thoby: fu proprio lui a portare degli amici da Cambridge nella nuova casa londinese di Gordon Square, dove i quattro fratelli Stephen (c'era anche l'altissimo Adrian) erano andati ad abitare dopo la morte del padre nel 1904. Amici di Cambridge, amici di amici... Ecco gli ospiti in casa Stephen: Lytton Strachey, Desmond MacCarthy, Clive Bell (poi marito di Vanessa), Leonard Woolf (poi marito di Virginia), Roger Fry (a lungo amante di Vanessa, che gli dedica un ritratto appassionato), Duncan Grant (in pratica il secondo marito, mai sposato ufficialmente, di Vanessa), John Maynard Keynes.

È un circolo in cui si bevono whisky e cioccolata calda e le «signorine» possono parlare liberamente con i maschi. Le sorelle Stephen sono belle, sessualmente disinibite, mentalmente e concretamente libere (non ci sono adulti a dire che cosa fare ai ragazzi del Bloomsbury), finanziariamente indipendenti, atee, decise a perseguire i loro desideri. E dire che Vanessa si preoccupava perché la piccola Virginia, bambina paffutella, non «parlava bene»: ormai la scrittrice ha imparato a servirsi del linguaggio come «un'arma micidiale». Poi arriveranno la morte di Thoby, la guerra, il suicidio di Virginia nel '41... Bloomsbury sarà un ricordo - come quello che Vanessa rievoca in questo brano, che pubblichiamo per concessione dell'editore Donzelli - che però terrà uniti i suoi membri con un «insolito legame», e «sentimenti» che dureranno per sempre.

Commenti

czlsha

Lun, 17/07/2017 - 10:47

credo che nei certi momenti ognuno di noi speri di trovarsi in un circolo mentalmente e concretamente libero, liberi di esprimersi e pensare a qualsiasi argomento che sarebbe censurato nelle altre circostanze, emancipandosi completamente da quei duri vincoli morali ed economici, soprattutto quando ci mettiamo sottoposti ad un grande pressione che ci soffoca in continuazione senza scampo, un periodo di estromissione ci giova non poco per riprendere la strada e caricarsi di energie e convinzioni, credo che questo spiegherebbe la cosi inaudita e inarrestabile diffusione di internet e il cosi immaginabile attaccamento a quella piccola macchina communicativa elettronica soprattutto fra le generazioni fanciulle anche piu ribelli,non a caso la decadenza di letture e impoverimento di parole che ci fanno spesso riflettere sulle nostre tattiche pedagogiche