La pittura kolossal Ecco le tele gigantesche del cinese Xiaodong

A Venezia c'è tanto da vedere Tra gli appuntamenti da non perdere anche la retrospettiva di Twombly e i quadri esotici di Peter Doig

da Venezia

A Venezia non trionfano solo l'arte concettuale e l'impegno sociale; passano gli anni, cambiano le mode, ma la pittura resta sempre un punto fermo nella ricerca contemporanea, grazie all'estremo margine di libertà che si permette proprio perché svincolata da cronaca e attualità.

Nei giorni scorsi, abbiamo riferito della potenza dei quadri di Adrian Ghenie al Padiglione romeno della Biennale, e un altro artista di Cluj, Victor Man, è stato meritatamente inserito da Enwezor nella sua mostra. Ma è tra le numerosissime proposte collaterali che si continua a vedere tanta pittura di qualità. Tralasciando gli appuntamenti storici, spesso un'oasi di rilassatezza nel marasma dell'urgenza, come la monografica sul Doganiere Rousseau a Palazzo Ducale o la rassegna sulla Nuova oggettività tedesca al Correr, spicca il grande ritorno di Cy Twombly a Venezia: la mostra di Ca' Pesaro si intitola Paradise , un excursus molto completo dell'artista americano a partire dalle pitture murali del 1951 fino agli ultimi quadri realizzati poche settimane prima della morte nel 2011. Twombly peraltro ebbe un rapporto molto importante con la Biennale consacrato dalla vittoria del Leone d'oro nel 2001.

Alla Fondazione Bevilacqua La Masa, nella sede di Palazzo Tito, viene presentata per la prima volta una personale di Peter Doig, considerato tra i più importanti artisti britannici viventi. Nato a Edimburgo nel 1959, divide il suo tempo tra Londra e Trinidad dove ha fissato il proprio buen retiro che molto ne ispira le immagini esotiche e le scelte cromatiche. Doig è una superstar del mercato, piace praticamente a tutti, però i suoi quadri veneziani non incantano: il tipico esempio di artista la cui reputazione prevale sulla bravura autentica. Ma il tocco è sicuramente originale e subito riconoscibile.

La più interessante delle mostre dedicate a questo linguaggio è allestita alla Fondazione Cini sull'isola di San Giorgio: Painting as Shooting , protagonista Liu Xiaodong, nato a Pechino nel 1963 ed esponente di punta della pittura cinese a partire dagli anni '90 - ha esposto tra l'altro alle Biennali di Shangai, Sydney e Venezia nel '97.

Spesso si rimprovera a cinesi e giapponesi di riciclare le atmosfere pop in chiave zuccherosa e furbesca. Liu compie una ricerca di tutt'altro genere. Per lui la pittura è come lo storyboard di un film e nasce sequenza dopo sequenza al culmine di un processo molto accurato in cui si rintracciano fonti di ogni genere, dalla scrittura alla fotografia. Ogni ciclo pittorico, sia lungo sia breve, origina da un progetto preciso, fino a tradursi in quadri giganteschi, alcuni addirittura di 10 metri, come Hot Bed del 2006, riflessione sulla migrazione femminile dalla povertà delle province alla ricchezza di Bangkok. Diverse di queste indagini prendono spunto da un viaggio dell'artista all'estero (Cuba) o in certe zone della Cina (il Tibet, le province dello Xinjiang e del Laoning).

Nel 2013 Xiaodong è invitato a partecipare a una mostra al Tel Aviv Museum: decide di lavorare sul contrasto tra Israele e Palestina presentando soltanto piccoli quadri divisi in due, così a segnalare l'impossibilità di unire mondi in costante collisione, senza scivolare nella retorica sempre in agguato quando si tratta di affrontare tali argomenti.

Ci si interroga spesso sul motivo per cui gli artisti cinesi abbiano così grande successo nel mondo, con quotazioni elevatissime sul mercato, non sempre corrispondenti a qualità. Però è chiaro che la pittura per essere competitiva con gli altri linguaggi deve proprio insistere sulla componente progettuale. Un quadro da solo, insomma, per quanto bello non basta. Poi c'è il tema della grande dimensione che va necessariamente affrontata in un processo di crescita. I nostri pittori sono piuttosto restii a dilatare troppo le misure, perché nel mercato italiano i quadri grandi si vendono poco: per una volta toccherebbe a noi copiare dagli orientali e sforzarci di sfidare grandi tele e molto colore.