PIZZUTO Inchiesta sull’autore smarrito

C’è un ostinato e permanente «caso Pizzuto», nella nostra letteratura del secondo Novecento, che nessun critico o storico sembra capace di risolvere. Cominciò con strepito, lo stravagante, geniale prosatore di Palermo, avendo per ammirati padrini Luzi e Bilenchi. E soprattutto quel Gianfranco Contini, massimo filologo europeo, che chiuse proprio con lui la Letteratura dell’Italia Unita (1861-1968).
Correva il decennio, insieme, della contestazione generale e del chiassoso benessere. Furoreggiava oltralpe la cosiddetta école du regard, la trasgressione dell’«antiromanzo» (Robbe-Grillet, Butor, la Sarraute e la Duras). Antonio Pizzuto, l’eclettico questore nonché vicepresidente dell’Interpol, poliglotta e filosofo, pareva l’individuo giusto, inopinato ed eslege: anche in avanti con gli anni (classe 1893: come Gadda!), ribaltando lo stereotipo che il nuovo venisse a ogni costo dai giovani... Lui, che amava Kant e Platone, i francesi e i tedeschi, aveva buttato con Signorina Rosina, il suo «antiromanzo» del ’56 (ma ristampato da Lerici, con tutti i crismi, nel ’59), un sasso nello stagno, una molotov inesplosa nell’agone delle polemiche fra i presunti «Novissimi» e i nobili romanzieri di successo (il gruppo ’63, si sa, accusava Bassani e Cassola di essere delle facili Liale piccoloborghesi!).
«Ma ritornerà, zia Rosina? Ritornerà? Basta pensarmi. Pensare è chiamare. Dove si era seduta dianzi batteva la luna ormai».
Non era bastato neanche il successone del Gattopardo, la cometa luminosa e caduca di Tomasi di Lampedusa, a riequilibrare gli schieramenti: tradizione contro postavanguardia... Pizzuto arrivò coi suoi libri come un àugure trasversale e sarcastico, bizzoso e sofista insieme: Si riparano bambole (1960), Ravenna (1962), Paginette (1964), Sinfonia (1966), Testamento (1969)... Il vecchio scrittore che annunciava, profetava una nuova scrittura volta alla restituzione simultanea del flusso di coscienza e della memoria. Lui voleva narrare, non più raccontare: «La narrazione vince l’assurdo di tradurre l’azione in rappresentazioni poiché riconosce che il fatto è un’astrazione (rispetto al flusso vitale). Se i personaggi raccontati sono dei documenti, i personaggi narrati sono dei testimoni, la rappresentazione non è più offerta ab extra, come una planimetria sottoposta al lettore», teorizzò con radicale fierezza, «ma scaturisce intuitivamente da ciò che legge, con una compartecipazione attiva».
Dunque la critica si mosse in pompa magna con tutti i grandi cerimonieri, Contini in primis, affascinato dal percorso vorticoso e dirompente di un autore mistericamente capace di attuare «la soppressione del passato remoto» e praticare un italiano «stranamente ricondotto a situazioni che in parte rammentano le lingue classiche (dall’ablativo assoluto e dall’infinito storico del latino alla libertà della sintassi greca, soprattutto platonica), ma nell’essenziale portano addirittura lontano dall’indoeuropeo, per quell’attenuazione e tendenziale soppressione dell’opposizione fra nome e verbo che qualifica il cinese e lingue affini»...
A parte qualche piccola riserva o punzecchiatura isolata (Montale) il coro di meraviglia fu unanime e altolocato: Baldacci («un eversore innamorato, un radiografo senza misericordia e un poeta elegiaco al tempo stesso»); Jacobbi («Il latino \ si mescola alla koiné della borghesia impiegatizia militare giudiziaria italiana»); Gramigna («monadismo formale»); Segre («Tutto ciò che è narrabile è positivo, in Pizzuto»). Un talento che riuscì ad ammaliare perfino un critico vecchio stampo come Carlo Bo («Non saprei citare altri esempi di compenetrazione assoluta, di fusione fra scrittura e lettura del mondo»). Si scomodarono ambiziosi paralleli fra scrittura e musica, filosofia e perfino le arti visive: in un discorso che giunse a comprendere Joyce e Pollock, Beckett e l’informale... Ma il caso Pizzuto scoppiò in realtà solo nelle mani dei grandi ermeneuti.
Raffinato e letteratissimo, l’autore della nostra migliore prosa degli ultimi quarant’anni, al pari dei ben più celebri Gadda o Landolfi, non ebbe mai molti lettori. E i grandi editori esaurirono presto l’entusiasmo iniziale. Einaudi ristampò Signorina Rosina (1978), Mondadori rieditò Sul ponte di Avignone (1985, con una prefazione di Pedullà), Sellerio ripropose Si riparano bambole (2001). Il grande Pizzuto finì presto in collane specialistiche o edizioni di pregio a tiratura limitata. Anzitutto da Scheiwiller, artigiano del torchio, che nel ’91, con Lezioni del maestro, propose una conferenza su Lessico e Stile, e due ghiotte corrispondenze sulla polizia americana e quella inglese... Noi stessi seguimmo per la Fondazione Piazzolla un’edizione critica di Giunte e virgole, a cura di Gualberto Alvino (1996); testo di alta filologia al servizio delle più raffinate acrobazie del dettato.
Dunque è sempre in vita, il «caso Pizzuto». Archiviato nell’esimio dimenticatoio dei repertori che pochi leggono (come D’Arrigo, Angelo Fiore, Carolus Cergoly, perfino Bufalino), torna ora a fare capolino nel terzo millennio tra gli scaffali delle librerie con provvidenziali ristampe dei capolavori, a bella cura di Antonio Pane (da Polistampa, coraggiosa editrice di Firenze, incoraggiata dalla figlia Maria, fedele erede): Signorina Rosina, Ravenna, Sul ponte di Avignone. Nonché un prensile epistolario tra lui e Gianfranco Contini, Coup de foudre (lettere 1963-1976, l’anno della morte, avvenuta a Roma, dove viveva), amorosamente chiosato da Alvino (pagg. 322, euro 19,63). Per non parlare di un altro gustoso dialogo, questa volta tra il «caro Antonio» e Vanni Scheiwiller, celebre editore amatoriale, suo estimatore della prim’ora (Le carte fatate. Carteggio 1960-1975, a cura di Cecilia Gibellini, Libri Scheiwiller, pagg. 480, euro 18).
Affascina - tornando al vertiginoso sodalizio Contini/Pizzuto - quest’affettuosa contesa e amicizia altamente intellettuale tra lo scrittore e il suo critico, questa saga munifica e peritissima dell’intelligenza, della lingua, dello stile, insomma della cultura spasmodica e causidica. Ma dove la vita viene passata al vaglio della parola come per un supremo contrappasso e contrappeso, un vaccino omeopatico contro l’abuso, il trionfo deleterio e sterile della cruda Realtà: «Il palato a sua volta è sotto l’incanto di ciò che gli hai offerto».
Scrivere sullo scrivere, scrivere dello scrivere, confessarsi mentre si scrive... Con un flaubertismo lancinante e stoico, alla ricerca della parola giusta. O la motivazione formale, sensuale e capziosa, di un raffinato sofisma giuridico, o peggio, d’un allegro dogma filosofico: «Peraltro anche Locke diceva che prima di assaggiare un fico o un’oliva non è possibile intenderne il sapore». Allora la scrittura diventa tutto, lente e occhio, diaframma e mente, panorama e rifrangenza: «E ti sventoli il suo fazzoletto il tuissimus G.». Ecco che il caso Pizzuto si fa concreto esempio di come la scrittura tutta possa finalmente affrontare la modernità, senza mitizzarla né rifuggirla. Perché da lontano vengono le parole, la beffa o l’ironia del dolore: «Pasquali, forse l’ultima volta che lo vidi, voleva correggere in stile plautino un mio “purgatio animi”, e suggeriva: “defecatio”. Poi correggendosi: “deficatio, l’e è lunga”».
Così proprio Pizzuto che inseguiva, professava «un antistoricismo assoluto», si ritrova ingabbiato - ma anche glorificato - in una strana metafora controstorica, paradossale orbita di ritorno. Lo aveva ben capito Contini: un futurismo inconsciamente inseguito e infine ottenuto, risolto come in narrativa mai riuscì a Marinetti & soci, persi nella teorizzazione dei loro postulati linguistici. Pizzuto sì che, invece, diede libertà alle parole, romanzò le idee, chiese al suo e nostro Tempo di inseguire e plasmare, come l’icona-fulcro di Boccioni, Forme Uniche nella Continuità dello Spazio: «Peccato che il tempo sia stato così veloce», confessa al «semperrimo» suo Contini nel ’64 «benché sia ben spiegabile: era tempo-luce, il nostro, dotato di pari inflessibilità».