Plinio, il Milione e profezie: tutti i libri dell’Ammiraglio

Nel 1539 i volumi accumulati dagli eredi di Cristoforo Colombo erano 15mila. Una lettera svela i segreti della biblioteca di famiglia: tra i più amati dal navigatore la <em>Città di Dio</em> di Sant'Agostino

Una Bibbia, e questo non stupisce. Ma anche l’edizione latina del fantasioso Milione di Marco o il colto Imago mundi di Pierre d’Ailly, o il filosofico La città di Dio di Agostino d’Ippona. Ecco alcuni dei libri che avremmo potuto trovare nei bauli stipati nella cabina di Cristoforo Colombo, l’Ammiraglio del Mare Oceano.

Il più noto navigatore di tutti i tempi, con le sue vicende misteriose, continua ad appassionare il pubblico; pochi però sanno che, oltre a essere un geniale esploratore, Colombo fu anche un uomo amante dei libri, i cui insegnamenti nutrirono la sua vita e arricchirono la sua formazione. Amore coltivato da tutti i membri della famiglia fino a diventare nel figlio Fernando una vera passione bibliofila, come risulta dalla sua straordinaria biblioteca che nel 1539 contava più di 15mila opere. Lo rivela una lettera del suo servitore inviata al nipote di Fernando, Luigi Colombo, a cui comunica la scomparsa dello zio e lo informa sull’eredità lasciata: con i tappeti, le pelli di marocchino, le argenterie, i vestiti, i mobili e gli oggetti di casa, il diligente domestico annota che c’erano «15.387 libri, per cui occorrevano ogni anno 100.000 maravedì per provvedere alla loro custodia e una persona per la pulizia». La data della composizione della biblioteca di Fernando può fissarsi fra il 1506 e 1509 e la sua configurazione definitiva a partire dal 1510, tuttavia il nucleo iniziale porta l’impronta del padre e dello zio Bartolomeo; a quest’ultimo appartiene un’opera di Cecco d’Ascoli e anche il tomo Soprascripti et introscripti epistolarum latine titulis; mentre il Libro de las profecías era una lettura privilegiata di Cristoforo. A questo proposito, nel ricordare il numero straordinario di libri riuniti da Fernando, Francisco López de Gómera, noto autore della Historia de las Indias, commenta che ciò era naturale essendo «opera di figlio di cotanto padre». Lo rivela ancora una lettera ai Re cattolici, scritta a Cadice (o Siviglia) nel 1501, in cui il genovese rievoca i suoi quarant’anni trascorsi «en la mar navegando», aggiungendo che la sua formazione è dovuta alla pratica marinaresca, alla frequentazione di gente colta ma anche alle ore dedicate «allo studio», come dire alla lettura dei libri.

La cultura libresca di Colombo è successiva al periodo adolescenziale trascorso nei viaggi e inizia con il soggiorno in Portogallo, dove insieme all’apprendimento del portoghese Cristoforo approfondisce lo studio del latino, lingua indispensabile per avvicinarsi ai classici antichi e per intrattenere relazioni internazionali. Nella stessa missiva ai sovrani egli confessa che ha appreso «quanto bastava» di astrologia, geometria e aritmetica, aggiungendo: «Ho studiato e imparato da ogni scrittura di cosmografia, storia, cronica e filosofia e di altre arti». In concreto i libri più importanti posseduti da Colombo, insieme all’inseparabile Bibbia, sono la Geografia di Claudio Ptolomeo, citata varie volte dall’Ammiraglio, e Imago mundi di Pierre d’Ailly, considerata da Bartolomé de las Casas, amico del genovese, come il libro che «animò Cristoforo Colombo, più che quelli del passato, a compiere la grande impresa». Altra opera è l’Almanach perpetuum di Abraham Zacut, del 1496; l’anno seguente l’Ammiraglio acquista l’edizione latina del Milione di Marco Polo, stampata ad Anversa nel 1485. Libro ordinato al commerciante inglese John Day e poi passato al figlio Fernando: le sue pagine recano sui margini note di pugno dello stesso Cristoforo. Da una lettera a Day veniamo a sapere che il genovese lo aveva incaricato di acquistare «el libro de Inbinçio Fortunati», cioè la Inventio Fortunata di Nicolas de Lynn, che però l’inglese confessava di non aver potuto trovare. Sono opere che il Nostro va accumulando prima e dopo la conquista dell’America. In una sua missiva del 26 febbraio 1501, inviata al frate Gorricio, così commenta: «L’altro giorno vi parlai di un libro di viaggi delle Indie che vi ho mandato con Ballester. Vorrei sapere se l’avete».

L’elenco dei libri di Colombo potrebbe continuare e, sebbene non abbiamo una precisa documentazione, i loro titoli sono noti, indicati dal navigatore nel Diario di bordo e nelle diverse relazioni dei viaggi. Qui veniamo a sapere che letture personali sono state la Geografia di Strabone, la Historia rerum ubique gestarum di Enea Silvio Piccolomini, La città di Dio di Sant’Agostino, la Naturalis historia di Plinio il Vecchio e anche l’Universal vocabulario en latín y en romance di Alonso de Palencia, segnalato nelle postille del Libro de las profecías.

Insomma vasta ed eterogenea è l’enciclopedia letteraria conosciuta dal genovese, in gran parte rintracciabile nelle note apposte ai suoi volumi, indice di un’ampia formazione culturale che riguarda non solo il campo della cartografia e della nautica ma anche la religione, l’astronomia, la filosofia, la matematica, la storia; discipline assimilate e rivissute da una personalità eccezionale, capace alle soglie del Rinascimento di unire e fondere insieme utopia e scienza.

Colombo fu un grande autodidatta interessato a far dimenticare le sue umili origini; fu un lettore assiduo pronto a impossessarsi delle conoscenze scientifiche del suo tempo per convincere i dotti e i potenti sulla bontà della sua straordinaria impresa che per prima aprì le rotte oceaniche verso le Americhe, segnando l’avvento del Nuovo Mondo.
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